A partire da questa occasione, una particolare rubrica fissa sarà dedicata alle testimonianze dei candidati di SCR che hanno trovato il lavoro desiderato. Attraverso le interviste, conosceremo il dietro le quinte del recruiting, della selezione fino alla nascita di un contratto di lavoro, e vederemo come si trasforma un CV in un volto, un ruolo e nell’ impatto che una persona porta in azienda non solo in competenze ed esperienze, ma anche sottoforma di idee, visione e progetti di crescita.

Vulcaflex e il mondo del risk thinking

Oggi parliamo con Claudia Cappelletti  e, grazie a lei, entramo in Vulcaflex, una società leader nella produzione di foglie e film calandrati e spalmati, che da sempre ha adottato una strategia di diversificazione dei mercati, fra cui quello dell’Automotive.

“Il mondo Automotive, attraverso gli standard ad esso collegati e associazioni di OEM quali AIAG e VDA, hanno individuato nella tecnica della FMEA (Failure Mode and Effect Analysis) un valido strumento per l’individuazione e l’analisi dei rischi connessi sia alla fase di progettazione (Design FMEA) sia alla fase di produzione (Process FMEA)” spiega Claudia,  “il mio lavoro di FMEA Specialist, quindi, si inserisce in questo contesto. È mio compito, all’interno di Vulcaflex, l’applicazione del Risk Based Thinking, ossia l’analisi dei processi produttivi e di progettazione dei materiali al fine di individuare potenziali fonti di rischio e quindi di miglioramento della nostra efficienza produttiva, intesa in termini di deviazione dagli intenti di progetto e requisiti imposti dal cliente e dalla normativa”.

Quali competenze ci vogliono per questo ruolo?

“La più importante è un forte orientamento al Problem Solving, necessario per arrivare a individuare la vera root cause dei problemi e formulare azioni correttive per il miglioramento continuo dei nostri processi”.

Altre skill che bisogna avere?

“È necessario sapersi orientare all’interno di un impianto produttivo e conoscere le tecniche di ottimizzazione e miglioramento dei processi, è importante conoscere le basi del trattamento statistico dei dati al fine di poter analizzare i dati del processo produttivo e pesare l’occurency e la severity dei problemi”.

Il tuo lavoro comporta la gestione di team multidisciplinari: quanto il confronto è importante per il miglioramento dei processi produttivi e quali sono le difficoltà da superare?

“Tutte le tecniche del problem solving prevedono, nelle fasi preliminari, l’analisi e la scelta di un team idoneo, in termini di competenze, da interpellare nelle fasi esecutive. Quindi sapere individuare e contestualizzare correttamente il problema aiuta nel comporre correttamente il team di analisi. Una volta fatto questo, lavorare in team, valorizzando tutte le idee ed opinioni che le persone portano sul tavolo, è fondamentale.
L’approccio deve necessariamente essere che non esistono idee stupide, anzi, nella mia esperienza, le migliori soluzioni nascono dai sentieri poco battuti, da quelle idee dette davanti alla macchinetta del caffè o sotto voce perché magari un po’ fantasiose e fuori dagli schemi”.

Adotti delle metodologie particolari per farlo?

“La prima cosa che incoraggio durante una sessione di FMEA o, in generale, di problem solving, è un giro di brainstorming fra tutti i partecipanti a cui successivamente faccio seguire una discussione e prioritizzazione, per importanza e pertinenza, delle idee messe sul tavolo”.

Provando a valutare te stessa, quanto credi abbiano inciso le tue skill tecniche e quanto le tue skill umane durante il processo di selezione, fino alla scelta finale?

“Ritengo sia stata una scelta basata su entrambi gli aspetti: gestire dei team di analisi richiede in egual misura skill tecniche, in termini di esperienza sui processi e di conoscenza e applicazione delle tecniche di problem solving, per poter sostenere la discussione ed eventualmente indirizzarla verso le risoluzione che sono il giusto compromesso in termini di costi/benefici, ma richiede anche skill umane, le cosiddette soft skills, che devi avere per portare le idee di tutti sul tavolo, assicurandosi così la miglior analisi del problema e la garanzia di non aver trascurato nessun punto di vista. Più sono le prospettive da cui si analizza un problema e più si è vicini alla garanzia di non aver trascurato nulla”.

Prima di entrare in Vulcaflex, lavoravi in una società di consulenza: quali differenze hai riscontrato tra i due contesti aziendali?

“È difficile comparare i due contesti in quanto si tratta di realtà molto diverse: nel mondo della consulenza la quotidianità è molto frenetica e costellata di scadenze ed esigenze spesso inderogabili a cui far fronte nel breve-medio periodo, spesso in contemporanea su più progetti; usando un’analogia sportiva, direi che la consulenza è una corsa sui 100 metri con sprint finale; tuttavia ritengo la consulenza una palestra professionale, in cui, proprio perché ogni giorno si affrontano problematiche ed esigenze diverse, permette di sviluppare caratteristiche fondamentali nel mondo del lavoro come la flessibilità e la capacità di analizzare i problemi vedendoli sotto diverse prospettive, inoltre si sviluppano più competenze a livello tecnico che poi permettono di essere molto appetibili nel mercato del lavoro.

Nel contesto aziendale, invece, è molto forte il senso di appartenenza e la consapevolezza di lavorare per raggiungere tutti un unico obiettivo, si ha la certezza di far parte di qualcosa e che la corsa per raggiungere il traguardo è una staffetta dove ognuno porta la sua parte di competenza e capacità; i ritmi e le esigenze sono dettate dagli obiettivi che l’azienda si da e dai progetti in corso”.

I tuoi studi sono in linea con il tuo attuale lavoro?

“Il mio percorso professionale si è delineato a partire dalla scelta della tesi di laurea, dove ho scelto l’argomento che più mi aveva appassionato durante i 5 anni di studio e l’ho sviluppato: l’affidabilità nell’industria di processo e la risk analysis. Una volta terminati gli studi ho scelto di continuare su questa strada nel mondo della consulenza e ora in Vulcaflex. Quindi direi che sicuramente i miei studi sono stati fondamentali nel determinare e sviluppare il mio percorso e la mia futura carriera”.

Cosa consiglieresti a tutti coloro che volessero fare lo stesso percorso professionale?
“Molto semplice: seguite ciò che vi appassiona, tenendo sempre un occhio su quelle che sono le richieste del mondo del lavoro. Createvi un percorso che gratifichi voi stessi e la vostra curiosità e che vi faccia crescere ogni singolo giorno: un giorno dove non si impara nulla è un giorno sprecato”.

Come ti vedi, professionalmente parlando, fra cinque anni?

Mi vedo curiosa e circondata da ottimi professionisti con cui accrescersi a vicenda, in termini non solo lavorativi ma anche e soprattutto umani.