Diario di un Recruiter

Anche il lavoro del recruiter sta cambiando e deve saper maneggiare quotidianamente tecnologie, “cartaceo”,  banca dati, social networking, allenando capacità di ascolto, di relazione e immaginazione.
Il Diario è un progetto multiautore ideato e gestito dal team di recruiter di SCR, nato per raccontare questo viaggio. È una rubrica semiseria in cui i nostri giovani autori vestono i panni di un immaginario selezionatore di talenti, e si spogliano di alcuni pensieri.

Diario di un Recruiter [Puntata 16]

È un caldo pomeriggio d’estate e tutto il team di SCR, salvagente indossato e pagaie alla mano, si appresta a calare in acqua le canoe ed iniziare la sua esplorazione.
Un po’ troppo avventuroso, dite?
Eppure è proprio quello che è successo non più di qualche settimana fa, quando abbiamo fatto il nostro ultimo Team Building. Ma andiamo con ordine.
Il Team Building è un insieme di attività formative, spesso svolte al di fuori del contesto aziendale, che hanno l’obiettivo di ottenere maggior coesione e collaborazione all’interno dei team di lavoro.
Nato da un’idea spontanea – di quelle che nascono di fronte alla macchinetta del caffè – questo team building è stato desiderato fortemente dalla squadra di SCR, che ha organizzato ogni dettaglio dell’esperienza, luogo, ora, attività, responsabilità. Questa esperienza è stata così voluta poichè nell’ultimo difficile e complesso anno il gruppo ha subito una metamorfosi: dopo alcune uscite e numerosi nuovi ingressi, era necessario compattare la nuova struttura organizzativa con un’esperienza diversa che esulasse dall’ambito lavorativo, ma allo stesso tempo suggestiva. Il team di SCR ha così definito come obiettivo quello di navigare in canoa doppia nella Pialassa della Baiona. Per chi non la conoscesse è una zona suggestiva, alla periferia di Ravenna, che fa parte del Parco regionale del Delta del Po dal 1988, caratterizzata da bacini d’acqua aperti, canali artificiali, fenicotteri e salicornia (gli asparagi di mare, per intenderci). Quest’area deve il suo nome “Pialassa” all’unione dei termini “piglia” e “lascia”, poiché al suo interno, di fatto, si crea un dinamico sistema di scambio dell’acqua marina, che ha messo a dura prova il nostro team.
 Non sarebbe però un team building se non ci fossero…dei team. La formazione delle coppie è stata affidata al caso, per cui alcune coppie godevano di una buona conoscenza, altre, per forza di cose, collaboravano solo da pochi mesi, altre ancora erano formate da figure molto junior e figure più senior. Io, ad esempio, ero in coppia con la mia responsabile e vi lascio solo immaginare il timore di farla cadere in acqua, o darle per sbaglio una “pagaiata” in testa.
Lavorando in team l’unione e la cooperazione sono molto importanti proprio come quando ci si trova in canoa insieme.
Per non finire in acqua è necessario coordinare i movimenti e fidarsi del proprio partner e della guida. Durante l’escursione ci siamo tutti affidati, responsabili e titolari compresi, ad una giovane ed intraprendente nuova recluta del gruppo, ribaltando la gerarchia (e per fortuna solo quella, non la canoa).
In Pialassa abbiamo visto delle coppie in difficoltà nel raggiungere l’obiettivo (terminare l’esplorazione della zona e tornare al capanno da pesca), un po’ per il vento fortissimo, un po’ per la corrente che ci spingeva verso gli argini, un po’ per l’inesperienza di alcuni. Questo ci ha permesso non solo di metterci alla prova in un ambiente diverso, ma anche di riproporre in un altro contesto una strategia che spesso si è rivelata utile nei processi selettivi di SCR: coppie più “agili a pagaiare” sono tornate indietro e si sono mischiate con le altre coppie incagliate. È stato necessario tornare indietro, buttarsi con tutte le scarpe in una situazione scomoda, e ripartire, contro vento e contro corrente, sapendo di dover fare affidamento sul nuovo partner di canoa, nonostante non fosse quello di partenza, sincronizzandosi quindi con un nuovo ritmo, con un nuovo modus operandi, con il vento ghiacciato contro che ha reso meno piacevole l’essersi bagnati per salvare i naufraghi.
Lavorare spesso con persone diverse permette di confrontarsi con più punti di vista, trovare insieme delle strategie e impararne di nuove.
L’apertura mentale e la flessibilità sono punti chiave delle persone che lavorano in SCR e questo team building ce l’ha confermato ancora una volta, spingendoci ad applicare queste competenze in un ambiente del tutto diverso e inusuale.
Tuttavia la turnazione dei team di lavoro richiede adattabilità, in canoa come in ufficio. Ogni collega ha un ritmo diverso nel pagaiare così come un metodo differente di screening, alcuni prediligono fogli volanti, altri sono nativi digitali, qualcuno è più ferrato in ambito amministrativo e qualcun altro predilige la meccanica di precisione. Inoltre, può capitare che condizioni avverse – un forte vento o un processo di lavoro particolarmente difficoltoso – portino una squadra ad “incagliarsi”, proprio come una canoa in balia della corrente e del vento avverso che finisce incastrata sugli argini della Pialassa.
Quindi come si risolve la situazione?
Interviene qualcuno esterno al gruppo, con un parere, con una spinta, o operando una sostituzione, per riallineare correttamente il processo di lavoro così come  la punta della canoa contro le onde, dando nuova energia alla squadra e, alla fine, riuscendo a superare quella forte corrente contraria o quel dato momento difficile nell’ambito lavorativo.
Ci sono stati svariati momenti memorabili e soprattutto divertenti, che ci hanno dato modo di rivestire i colleghi con aggettivi che difficilmente emergono nel contesto lavorativo. Alcuni sono stati coraggiosi, altri si sono lanciati in esperienze che non avrebbero affrontato se non spinti dalla condizione di Team Building, altri si sono messi alla prova con stile, altri ancora si sono dimostrati ottimi foto reporter e video maker. Alcuni hanno motivato il gruppo facendo sentire la propria voce ed altri lo hanno guidato attraverso i canali, facendoci scoprire un paesaggio meraviglioso in compagnia dei fenicotteri e di un panorama mozzafiato.
Una volta tornati sulla terra ferma il cielo si è colorato di tonalità dal rosso al viola, sature, merlate da nuvole e con le barche dei pescatori a fare da cornice per una serata diversa.

Personalmente, da novizia, vivere un’esperienza del genere dopo solo un mese e mezzo in SCR mi ha dato la possibilità di sciogliermi, di conoscere meglio dal punto di vista umano le persone con le quali trascorro intere giornate in ufficio e spero di aver trasmesso qualcosa di me di diverso. Sicuramente sono grata a tutti per l’esperienza, che da “trapiantata al nord” mi ha fatto sentire a casa.
 
Ti piacerebbe organizzare un’esperienza simile nella tua azienda?
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Diario di un Recruiter [Puntata 15]

Fin da quando sono entrata in SCR ho avuto la possibilità di essere conosciuta e sentirmi riconosciuta e valorizzata nelle caratteristiche che mi contraddistinguono. Ben presto mi è stata data l’opportunità di portare tutto quello che sono, che ho studiato e che traggo dalla mia esperienza quotidiana sul campo, su quello che mi piace definire “un palcoscenico”, all’interno di aule formative in contesti aziendali. Forse perché in me la voglia di “Insegnare” c’è sempre stata. Per cui, a 27 anni, mi sono ritrovata di fronte alla richiesta di affiancare i miei responsabili nella conduzione di docenze in azienda, e dopo alcuni, di condurle in completa autonomia.
Ebbene lì è iniziata una gran fifa, perché si sa, più ti esponi, più hai il rischio di sbagliare, soprattutto quando in aula hai manager del doppio della tua età anagrafica e della tua anzianità lavorativa.
Eppure, allo stesso tempo, la scarica di adrenalina e il senso di autoefficacia conseguente a quelle esperienze sono stati come una scintilla, un’energia che scorre dentro e ti accende e ti fa comprendere che forse sei più di quel che credevi.
A distanza di due anni dalla prima volta che misi piede in un’aula aziendale come formatore ho imparato tantissime cose. Qualche settimana fa ho tenuto una formazione in cui erano coinvolti imprenditori e persone operanti nelle risorse umane. Devo ammettere che quel poco d’ansia iniziale è passato appena ho iniziato a salutare una ad una le persone che entravano in aula (anche se virtuale) e il sentimento predominante dell’intero percorso fatto insieme è stato “divertimento”.

Ho deciso di iniziare proiettando il video di un comico che affrontava la tematica in oggetto con una vena fortemente ironica e da lì le persone si sono immediatamente sciolte, si sono sentite libere di esprimersi e condividere le proprie riflessioni e anche le risate suscitate. Per cui la conduzione della formazione ha proseguito in discesa, con numerosi interventi e grande attivazione dei partecipanti in un clima leggero e di positività contagiosa, che ha facilitato la comprensione dei contenuti senza annoiare. Durante la formazione ho cercato di narrare l’argomento attraverso poche definizioni standard, tantissimi esempi e racconti di vissuti ed esperienze di altri e con un continuo interagire con i partecipanti, chiedendo spesso a loro di anticiparmi con i loro punti di vista.
 Vivere le aule formative da partecipante e da docente mi ha insegnato tantissimo.
Una delle cose che più mi sono rimaste da una formazione in cui ho partecipato come uditore è quanto interferisca il rumore interno ed esterno di un ascoltatore rispetto alla detenzione delle informazioni udite in memoria. Dal 100% del messaggio di partenza, il residuo nell’ascoltatore è attorno al 10%. Per cui sulla base di questi dati, tendo a focalizzare pochi concetti che voglio che permangano nella memoria dei miei partecipanti e faccio ruotare l’intera formazione attorno a quelli, supportandoli con esperienze multisensoriali e multi-emozionali.
Scopri di più sulla formazione di SCR
Non solo contenuti formativi: l’importanza di portare se stessi
Prima di salire sul “palcoscenico” ogni volta passo ore in backstage a lavorare sulle modalità di trasmissione dei contenuti, sugli esempi mirati in modo da far calzare al meglio a quella specifica aula di partecipanti il senso e il significato di quello di cui parlerò e permetter loro di rivedersi ed immaginarsi nelle situazioni che racconto.
Ma, per quanto la preparazione sia fondamentale, non è solo una questione di tecnica.
Quando entro in aula, sento che oltre a portare contenuti, definizioni e significati, in primis porto me stessa, la mia capacità di leggere nei partecipanti, di instaurare una relazione con loro che favorisca l’acquisizione di informazioni e l’attivazione come protagonisti direttamente coinvolti.
In questo modo i partecipanti si sentono coinvolti nel flusso di tematiche, discussioni, casi studio ed esperienze personali e riescono a mettersi in gioco facendo cadere le barriere relazionali date dal proprio specifico ruolo, annullando persino, in un certo senso, i gap funzionali legati alla posizione gerarchica che hanno nell’organizzazione.

Dover fare formazione online per me è un po’ limitante in quest’ottica di pensiero e di approccio con la formazione, perché le barriere della distanza fisica rendono il tutto più complesso e meno naturale. Il mio modo di portare me stessa allora si è adattato ad una nuova modalità di trasmissione: lavoro tanto sulle slide, aggiungendo immagini, video, fumetti e elementi che riconducono a ciò che sono, alla mia storia e al mio modo di percepire la vita e muovermi nelle esperienze quotidiane. In più cerco di inventare nuove modalità di interazione con i partecipanti non predefinite ma creative e sempre diverse.
Approfondisci il tema della formazione a distanza rivedendo l’intervista a Giada e Antonia
A volte mi dicono: “Ma come fai a formare persone così più grandi e esperte di te?”
La mia risposta è che per imparare qualcosa di nuovo si parte da un assunto socratico “So di non sapere”.
Personalmente ritengo che ognuno di noi sia in una condizione, a qualsiasi età e a qualsiasi livello di carriera, di non sapere ancora tante cose. In più, potersi ritrovare di fronte ad un formatore così poco anziano (quindi così poco saggio e detentore di sapere assoluto), mette i partecipanti nella condizione di non sentirsi giudicati da un occhio superiore, di sentirsi liberi di esprimersi pienamente e lasciarsi andare con molta più facilità, in un contesto in cui se chi conduce è giovane e divertente, le modalità di attivazione saranno libere e più spontanee. E penso che queste siano le prerogative per apprendere al meglio, il terreno fertile dove favorire la fioritura di nuove idee e nuove modalità di approcciarsi alle cose.

Diario di un Recruiter [Puntata 14]

Mi alzo al mattino e dopo i primi 5 minuti di intontimento e rallentamento motorio associato alla fisiologica lenta attivazione di tutte le mie facoltà fisiche e mentali ecco che si parte alla solita corsa, al tran tran quotidiano del mio cervello sempre così indaffarato e desideroso di pensare a 27 cose contemporaneamente, il 50% delle quali riguardano probabilmente il futuro. Siamo continuamente portati a pensare a quello che accadrà, domani, tra qualche mese, tra qualche anno, a cavalcare e addirittura anticipare il cambiamento di questo mondo che va veloce, perché se resti indietro sei finito.
Questo è quello che noi stessi e il mondo che ci circonda si aspettano, correre in avanti. Poi, improvvisamente, nel 2020, tutto irrimediabilmente si ferma, in un silenzio sempre più assordante che la nostra mente non è capace di accettare, che nega e boicotta. E per questo motivo lei stessa cerca di spingerci a riprendere il quotidiano movimento, la continua corsa verso quel futuro con l’illusione di poterlo controllare, e fallisce.
Così percepiamo la stessa frustrazione di un auto con il motore acceso e l’acceleratore schiacciato ma priva di ruote. Beata l’auto però, che la coscienza non ce l’ha.
In questo immobilismo generalizzato dove finiscono la nostra self efficacy, il nostro locus of control interno di cui ci siamo tanto vantati nel nostro CV e nelle interviste per le assunzioni alle posizioni lavorative tanto ambite? Da buon recruiter quale spero di essere, provo a dire a me stessa di concentrarmi su semplici obiettivi raggiungibili in questo periodo, procedendo a piccoli passi in questa incertezza, cercando i migliori candidati e presentando le più belle longlist di sempre alle aziende clienti, nonostante tutto. Ma quell’incertezza irrompe con prepotenza, quando il candidato finalista ti dice che ci ha ripensato, che in questo momento forse è meglio non vivere un cambiamento così grosso come quello di un nuovo lavoro, o ancor peggio quando un’azienda interrompe la ricerca perché hanno deciso che dato il periodo forse è meglio cercare di tamponare all’esigenza di una nuova risorsa con job rotation interne. Ed è così facile, in tutta questa incertezza vedere la tua motivazione sfiorire e lasciarti tentare dall’idea che tanto, tutto quello che fai ha un peso troppo poco rilevante dinanzi all’influenza enorme che ha questo nuovo virus.  Sì, questo è il rischio in cui incorriamo quando siamo abituati a correre dietro al futuro con la presunzione acquisita di poterlo controllare.

Ma pensandoci un attimo, siamo così sicuri che controllare il futuro è quello che ci serve e quello che ci rende felici? Chi mi conosce sa bene quanto sia utile e rassicurante pianificare e sono certamente convinta che avere obiettivi nella vita è fondamentale. Ma credo che attribuiamo davvero troppa importanza a ciò che sarà rispetto a ciò che stiamo vivendo nel momento stesso in cui accade. Imparare a vivere il presente nel presente potrebbe essere invece la risposta al disagio che da un anno a questa parte viviamo e che sembra così difficile da superare, perché diciamoci la verità, la situazione non cambierà nel 2021 con uno schiocco di dita e lo sappiamo.
Natale è ormai alle porte e agli sgoccioli di questo anno forzatamente rallentato ho deciso di farmi un regalo, un presente come dicono gli inglesi, cercando di portare dentro di me ciò che sembra quasi ci è stato imposto: imparare a vivere il presente.
Una citazione dice “ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono, per questo si chiama presente.”
Ho deciso di allenare la mia mente a fermarsi e vivere il presente per quello che è, senza rincorrere il futuro e senza lasciarsi condizionare dal passato. Questa palestra mentale può portare interessanti giovamenti oggi e domani. Non ce ne accorgiamo ma stando con la mente continuamente verso il futuro, lasciandoci assorbire da ciò che per noi è ancora fondamentalmente un mistero, come dice la citazione e occupandoci per buona parte del restante tempo delle cose fatte in passato, rimuginando su errori, su “cosa avremmo potuto fare per…” finiamo per allenarci ad essere stressati, agitati, insoddisfatti, stanchi. Siamo geneticamente programmati a rispondere agli eventi con due modalità, attacco o fuga, e non sappiamo dunque spontaneamente come fermarci nel presente e viverlo a pieno.
Da oltre cinque mila anni gli esperti chiamano meditazione ciò che non è altro che l’opposto dell’allenamento a vagare con la mente che pratichiamo quotidianamente, il focus, l’attenzione al qui ed ora. Grazie alla plasticità neuronale (alla capacità del nostro cervello di modificarsi strutturalmente in funzione alle esperienze che viviamo e ai comportamenti che attuiamo) è possibile potenziare la nostra mente concretamente verso il focus, riducendo quel continuo suo tipico correre in avanti e affaticarsi tra i meandri dell’incertezza del futuro e dei rimpianti del passato. Per questo ho deciso di iniziare a praticare mindfullness, cercando ancora una volta di trarre da questo grande ostacolo qual è la pandemia un’opportunità per rinnovarmi.

Diario di un Recruiter [Fine prima serie]

Sono ben due gli anni passati da quel giorno in cui ho aperto questo diario e ho iniziato a dare voce alla quotidianità di un Recruiter. Con il passare dei mesi e delle puntate, questo diario collettivo ha aperto le porte della mia professione, per certi versi ancora coperta di mistero e luoghi comuni, svelando i veri dietro le quinte della vita e del lavoro di un selezionatore, dagli sforzi necessari per trovare il candidato migliore, alle opportunità di confronto con l’altro e di crescita reciproca, fino al rapporto con i colleghi e con il team, fondamentale per il benessere personale e per il raggiungimento degli obiettivi. Il tutto sempre con uno sguardo anche rivolto verso l’esterno, ai cambiamenti del mondo e del mercato del lavoro, raccontati attraverso il filtro di un selezionatore che ogni giorno si confronta con imprese e professionisti.
Ma quanto sono cambiato in questi due anni.
Da “semplice” Recruiter, che vive la sua giornata dividendosi tra la ricerca dei candidati perfetti, l’organizzazione dei colloqui e il confronto e scambio continuo con i colleghi davanti alla macchinetta del caffè, sono cresciuto, ho ampliato i miei orizzonti e le mie attività. Nel tempo, ho imparato che il lavoro dell’head hunter è molto più di cercare i candidati sui portali di ricerca, ma che è fatto di costanza, creatività e soprattutto da un complicato intreccio di relazioni. Mi sono messo in gioco e ho indossato altri panni al di sopra di quelli del Recruiter, trasformandomi di volta in volta in un detective, o in un organizzatore di eventi o in un adulto che guarda con occhio critico e curioso la nuova generazione che avanza.
Quest’anno, il cambiamento in atto nel mondo mi ha spinto ad adattarmi e a trasformarmi nuovamente e così mi sono fatto smart e ho raccolto le sfide e le opportunità che un’innovazione così radicale comporta, imparando a dividermi tra le distrazioni casalinghe e la necessità di mantenere il focus sul raggiungimento del risultato e facendo mio un nuovo modo di lavorare, toccandone con mano i limiti e le potenzialità.
E oggi, a che punto sono arrivato?
Direi che più che ad un punto, mi sento arrivato ad una virgola, al momento che indica una svolta verso qualcosa di nuovo che devi ancora leggere e scoprire.
Ogni giorno mi confronto con i cambiamenti che la situazione attuale comporta, con la necessità di rivedere i piani in tempi brevi per rispondere agli imprevisti, con le sfide emotive e organizzative di questo periodo. Dalla mia posizione, riesco a vedere in che modo si stanno muovendo le imprese e i candidati e quali sono le nuove esigenze che si stanno delineando in questo periodo: flessibilità, sicurezza, innovazione. Smart working e connettività a distanza sembrano essere le nuove parole d’ordine di un mondo che forse solo ora si sta davvero avvicinando alla tanto discussa Industria 4.0.
Non so ancora indicare con precisione quale sarà il mondo del lavoro di domani – chi lo può sapere, in questo periodo? – ma sicuramente stiamo andando verso un cambiamento radicale nella società intera, che modificherà le organizzazioni e il nostro modo di lavorare e che sicuramente avrà effetti anche sulla professione del Recruiter. Il cambiamento è sinonimo di evoluzione e crescita e io ho tutta l’intenzione di viverlo a pieno e continuare a raccontarlo e condividerlo nel Diario di un Recruiter.
Per ora però, è proprio il caso di dirlo.
Fine prima serie.
 
Recupera tutte le puntate della prima serie del Diario di un Recruiter:

Diario di un Recruiter [Puntata 13]

Non voglio essere di parte. Ogni giorno ricordo di essere un Millennial con i pro e i contro e mi confronto, anche, con la sensazione di star passando di “moda”. Mi basta aprire TikTok: “Ma come ha fatto a costruire questo video?” o “Ma come gli è saltato in mente di fare questo sketch?”. Beh, c’è un’altra generazione nascosta e che sta per emergere ed è la Generazione Z. Quanta creatività! Quanta spontaneità!
Quanta voglia ma, soprattutto, quanto coraggio di mostrarsi davvero per quel che si è.
È la comunicazione più efficace e coinvolgente del momento. Da aspirante Recruiter, sono curioso di vedere se fra un po’ riusciranno a sorprendermi anche nei CV.
Faccio parte di SCR da pochi mesi e sento che, ogni giorno di più, i miei occhi si perfezionano, le mie percezioni si fanno più precise; in questo momento sento che ogni singolo curriculum che leggo è prezioso non soltanto per la possibilità di trovare una risorsa per un’azienda, ma anche per definire la mia strategia di selezione, per migliorare le mie arti, per riconoscere facilmente “il buono e il cattivo”. Ma c’è una cosa, anzi, una differenza, che mi è stata chiara fin dall’inizio.
Durante lo screening dei curriculum mi viene spesso spontaneo un “Mamma mia, che tristezza…”: file word o jpg scannerizzati storti, il buon vecchio Times New Roman o il temuto Comic Sans, foto da 10 pixel o a volte inesistenti, contenuti sparsi e confusionari. Guardo la data di nascita (che, a volte, faccio fatica ad individuare): classe 1963.
Poi, continuando, capita anche un “Wow, questo è bellissimo!”: colori accesi, font mai visti, foto pazzesche e magari ci penso due volte prima di scartare quel CV, anche se non fa al caso mio. Guardo la data di nascita: classe 1997.

Un momento, penso, sto facendo di tutt’erba un fascio, ma voglio essere anche oggettivo e fare la mia riflessione: lo stile comunicativo dei Millennials e dei Boomers è significativamente diverso. A volte basta anche fare soltanto un giro sui social. Non vuole essere un’offesa per nessuno, devo premetterlo, ma sì, i Millennials ci sanno proprio fare, sanno colpirti. Sanno cosa fare per attirare l’attenzione, per mantenere lo sguardo su di loro ancora qualche secondo in più.
Certo che un buon Recruiter ha da guardare altro oltre alle foto e ai colori utilizzati, ci sono contenuti da analizzare, ma è proprio qui il punto.
È la piacevolezza di leggere e di ascoltare.
Non posso negare che, al di là dei contenuti, una buona presentazione di se stessi influisca sulla mia valutazione: e no, non è solo per un puro vezzo estetico, ma è per l’idea che io mi creo delle qualità di quella persona sulla base della comunicazione che fa di se stessa. Se io visualizzo in un curriculum o in un profilo social ordine, creatività, impegno e concretezza, penserò che la persona possieda quelle qualità trasversali e che le possa applicare in molti altri aspetti della vita, non per ultimo il lavoro.
Ma vi immaginate che mondo sarebbe se i Boomers utilizzassero lo stesso stile comunicativo dei Millennials o della Generazione X? Se sostituissero i “buongiornissimo kaffè” con un video, brillante e spiritoso, su quello che accade nelle loro giornate? O se integrassero diverse piattaforme social in un’unica strategia comunicativa coerente con i loro valori, le loro competenze, le loro passioni?
Le differenze generazionali esisteranno sempre, è vero, ma in questo caso assottigliarle darà un risultato tutt’altro che negativo. Personalmente non vorrò, un giorno, fare la parte del Boomer che sbuffa dicendo “era meglio prima!”, ma voglio abbracciare il cambiamento e le buone nuove, perché cambiare è uguale a sopravvivere.

Diario di un Recruiter [Puntata 12]

Si può essere introversi e lavorare nelle risorse umane?
Questa la domanda che mi è balenata in mente ieri mattina poco prima di uscire di casa, per andare a fare il mio lavoro: la Recruiter, ossia un lavoro che si basa sull’interazione sociale costante con clienti, candidati e colleghi e dove è fondamentale parlare, capire e ascoltare gli altri. In parole povere, la mia professione è letteralmente fondata sul parlare-con-altre-persone. Un incubo per chiunque che, come me, odia anche solo chiamare per ordinare la pizza.
A qualcuno potrebbe sembrare una domanda stupida, quasi priva di senso, del resto si potrebbe pensare che le capacità di un Recruiter non debbano essere legate alla sua propensione per l’estroversione ma alle sue competenze e alla sua formazione. Quindi non aspetterò la fine dell’articolo per dirvi che la risposta è sì, si può benissimo essere un Recruiter ed essere introversi. Anche perché se così non fosse la persona che sta scrivendo questo articolo non dovrebbe esistere.
Ma veniamo alla vera domanda di questo articolo: che cosa significa essere introverso e lavorare come Recruiter?
Innanzitutto per rispondere a questa domanda bisogna cercare di capire cosa significhi essere introverso. Non mi dilungherò molto sulle diverse definizioni che si possono trovare, più o meno stereotipate di questo concetto, ma mi baserò esclusivamente sull’esperienza di una persona che da sempre si è sentita affibbiare questo aggettivo, ossia me. Per me rientra sotto la macro etichetta di essere introversa il fatto di non essere la persona più incline a raccontare ai colleghi le cose fatte nei giorni prima. Significa che in generale, salvo richiesta specifica, non sono solita raccontare i miei piani per le ferie o per il week end davanti alla macchinetta del caffè e tendenzialmente non sento il bisogno di condividere la mia vita personale con tutti i miei amici e conoscenti, figuriamoci con i colleghi o magari con i clienti. Un’altra conseguenza di ciò è che non amo stare sotto i riflettori, se non quando strettamente necessario, ed è possibile che non sia la persona che si espone più spesso durante le riunioni. E così come mi piace la sensazione di tornare a casa dopo una serata in mezzo agli amici, allo stesso modo posso aver bisogno di un po’ di tempo da sola per ricaricarmi dopo una giornata intera passata in mezzo alle persone. Queste sono una parte delle caratteristiche che ritengo accomunino gli introversi.
Detto ciò arrivo al nocciolo del discorso. Per mia personale esperienza ho sempre fatto caso al fatto che l’estroversione sia spesso considerata una caratteristica top in qualsiasi ambito. Io stessa come Recruiter se capisco che il candidato davanti a me è estroverso e socievole sono più propensa a valutarlo positivamente. Ed avendo sempre vissuto dal lato dell’impacciata secchiona che vorrebbe essere come i “fichi” della classe, io stessa ho passato molto tempo a pensare che essere introversi fosse un po’ come avere un malfunzionamento. Addirittura, a prova di questo, un recente studio condotto all’Università della California a Riverside e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Experimental Psychology: general, ha dimostrato che il segreto della felicità per le persone introverse sta nello sforzarsi di essere estroversi. Come se ci fosse bisogno di trovare una cura ad una caratteristica di personalità. Beh mi sento di rispondere all’Università della California che non mi serve fingere di estroversa per essere felice, anzi.
Dopo alcuni anni di lavoro come Recruiter, fatti di costante interfaccia con clienti e candidati, il mio personale pensiero a riguardo è cambiato molto.
Sento di poter dire con orgoglio di essere introversa e che ciò non mi rende meno competente o meno portata per il mio lavoro. O addirittura meno felice.
Mi sono resa conto, infatti, che il mio essere introversa può rivelarsi un’importante risorsa nel mio lavoro. Mi rende più propensa ad ascoltare attentamente gli altri. Il fatto di non pensare necessariamente subito ad espormi mi permette di riflettere sulle informazioni che ho, di analizzare meglio il contesto e di soffermarmi anche nel notare molti dettagli. Cosa che può essere molto utile in fase di analisi con il cliente, ma anche durante un colloquio con un candidato. Tendenzialmente le persone introverse possono lavorare bene sia da sole che in gruppo e, contrariamente a quanto si possa pensare, possono essere degli ottimi leader. Questo soprattutto perché tendenzialmente lasciano che i propri collaboratori espongano le loro opinioni e perché ascoltano attentamente le loro difficoltà. Essere più portati all’introversione significa anche dedicare maggiore attenzione a ciò che è “dentro” piuttosto che a ciò che è fuori. Ciò può significare, in diversi casi, che queste persone abbiamo una maggiore sensibilità e affinità con i sentimenti propri e degli altri. Ed è chiaro che in un lavoro il cui obiettivo è cercare di scoprire cosa si cela sotto la superficie dei candidati, questa affinità può tornare utile.

Per concludere, lo scopo di questo articolo non era certo quello di dire che gli introversi o gli estroversi possono fare meglio certi tipi di lavori piuttosto che altri. Anche perché per fortuna non esistono introversi puri o estroversi pure ma ognuno di noi è fatto a modo suo, ed avrà il suo stile nello svolgere qualsiasi lavoro. Tutt’altro, lo scopo di questo articolo è proprio cercare di sfatare il mito che occorra essere fatti esattamente in un certo modo per fare uno specifico lavoro, proprio perché anche un introverso può fare un lavoro basato sulla relazione con le persone ed essere competente ed efficiente.
Quindi a tutti gli introversi che pensano di dover fingere di non esserlo per essere giudicati più positivamente, dico: non sentitevi in imbarazzo se siete i primi a lasciare una festa, non sentitevi in colpa se dopo un pomeriggio con amici vi sentite bene a tornare a casa da soli, non vergognatevi davanti all’ennesima persona che vi dice “ma non parli mai!”. Siamo semplicemente fatti così e non c’è niente di male. E per gli amici estroversi  che potrebbero fare fatica a decifrarci a volte, potete stare tranquilli, essere introversi non significa essere asociali o di cattivo umore, non significa odiare le persone (anzi) e non significa nemmeno essere snob o menefreghisti. Significa solo che probabilmente ci piace ascoltare più che parlare.

Diario di un Recruiter [Puntata 11]

Sicuramente lo smart working sta insegnando a tutti una cosa molto importante: la prossima volta che entreremo nei nostri uffici guarderemo le nostre sedie con un occhio diverso, quasi amorevole. In queste enne settimane di quarantena forzata chi ha avuto la necessità di portare avanti le proprie attività si è dovuto scontrare con il demone dell’ignoto, perfino chi è stato in grado di mandare avanti un business identico per oltre quarant’anni.
Da tempo, ormai, si parla di lavoro agile, di smart working, di remote working e di flessibilità oraria: una realtà che sta diventando sempre più costante in tutto il mondo. Questa pandemia ha reso possibile l’ascesa di alcuni processi, bruciando però le normali tappe di transizione che un cambiamento del genere comporta.
Potremmo asserire che ci troviamo finalmente davanti ad un cambiamento epocale del modo di lavorare?
Potremmo sicuramente dirlo, ma sono dell’opinione che un’affermazione del genere non sarebbe corretta ai giorni d’oggi perché, probabilmente, quello che molti di noi si sono trovati, forzatamente, a fare di smart ha veramente poco e la sua durata non sarà garantita in futuro.
Non è sufficiente spostare il luogo di lavoro da un’ipotetica sede A a B senza ripensare a come si dovrà lavorare all’interno dell’innovazione tecnologica. Vanno ripensate le modalità operative, gli orari, l’organizzazione di spazi fisici, gli indici di valutazione e le attività di management.
Potremmo ritenere che un’attività diventa “smart” nel momento in cui i benefici dati dai supporti tecnologici riducono i costi impliciti, come l’organizzazione personale del proprio tempo, e quelli espliciti, come le spese di viaggio, i pernottamenti, nonché i supporti fisici.
Ora, molti lavoratori si trovano dentro un ibrido che potremmo chiamare “quarantine-working” e che potrebbe gettare le basi per un modo più consapevole di fare business: dove gli orari sono scadenzati a seconda delle attività quotidiane e non più dal canonico “turno”; dove è possibile ripianificare l’agenda trasformando le call in auto in incontri senza distrazioni e dove la condivisione delle informazioni diventa immediata.
Bisogna prepararsi ad una giornata di lavoro in casa con la stessa cura con cui si andava in ufficio: trovare una stanza in casa adatta e isolata da distrazioni, curare il proprio aspetto, pianificare l’agenda e, soprattutto, continuare a vivere l’ufficio a distanza mantenendo il rapporto con i colleghi e favorendo momenti di condivisione e di pausa per vivere l’ufficio senza ufficio. I supporti per fare tutto questo non mancano, sono in continuo sviluppo e offrono già soluzioni complete per poter gestire il proprio business con maggiore efficienza rispetto al passato. Quello che deve ancora cambiare, o forse sarebbe meglio dire maturare, è la nostra mentalità.
Fare smart working è possibile un po’ ovunque, ma non possiamo pensare di ridurre il tutto ad un semplice lavoro da casa quanto più ragionare su politiche attive di sviluppo: dai nuovi programmi di video conference, a sistemi di interconnessione per le realtà produttive che permettano di gestire parte delle attività di uno stabilimento, di un cantiere o di un ufficio anche senza presenza fisica.
Tutto questo c’è già, basta gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Diario di un Recruiter [Puntata 10]

Ebbene sì, anche noi Recruiter ci siamo ritrovati catapultati in un mondo parallelo, una dimensione che ancora non avevamo avuto modo di sperimentare, con una modalità di lavoro per così dire smart, intelligente, perché aumenta la sostenibilità aziendale e personale. Peccato che questa non sia stata una scelta, ma un’imposizione dall’Alto, e con “Alto” non intendo i tuoi capi, il governo, lo Stato o chissà quale altro Ente politico; mi riferisco a un fenomeno virale che si è abbattuto sulla popolazione terrestre e ha deciso di costringerci all’isolamento forzato. Che detta così sembra quasi un attacco alieno.
Con il Decreto del Presidente del Consiglio anche noi ci siamo ritrovati a lavorare da casa. In realtà ammetto che ho così tanto da lavorare, tra gestione quotidiana delle attività solite di recruiting e consulenza, a cui si aggiunge la lista di cose da fare per essere pronti ad ingranare la marcia quando torneremo a pieno regime, che ho paura di dover fare anche degli straordinari. “Paradossale!” direte, ma vi posso assicurare che mi ritrovo, come in ufficio, incollata con lo sguardo sullo schermo del pc, a scorrere con la rotellina del mouse le centinaia di CV in pdf da valutare e a battere velocemente le dita sulla tastiera per la stesura di report, job description e annunci di lavoro, cercando di rispettare i tempi che mi sono data.
Esatto, i tempi; perché, per evitare il rischio di cadere nell’inefficienza in homeworking, potenzialmente distratta da tutte le interessanti attività per cui la casa ti tenta tra cui soprattutto aprire il frigorigero, mi sono data dei tempi ben precisi per ciascuna attività.
Si tratta di Timeboxes, una tecnica di Time Management che prevede la predisposizione di un tempo limite entro il quale svolgere una certa attività (come rinchiudere le attività in diverse scatole di tempo limitato) e rispettare il tempo prestabilito servendosi di sveglie o timer.
Tuttavia nel bel mezzo della mia alienazione corporea e spaziotemporale, tra una timebox e l’altra, squilla la sveglia che mi ricorda che è l’ora di chiamare un candidato per la selezione che sto gestendo. Vado per prendere il faldone con i Curriculum della selezione e sento una palla morbida e pelosa: la mia gatta pigrona ha deciso che il suo nuovo letto è il faldone sul tavolo della mia cucina che è ormai ufficialmente la mia postazione lavorativa, per cui ogni qualvolta ho bisogno di un CV devo prima spostarla. L’unico modo per sradicarla alla fine è concederle di stare sulle mie gambe mente continuo a lavorare. Senza parlare poi dei baci inaspettati del tuo compagno (quelli sono piacevoli lo ammetto), che all’improvviso si sente trascurato e per fartela pagare finge di spaventarsi quando ti guarda in faccia e nota che non sei truccata. Come se fosse una novità, è una settimana che lavoro da casa e non mi trucco!

Ci ho preso gusto a restare acqua e sapone, tanto che il giorno della riunione settimanale, che ora avviene tramite videoconference,  ho completamente dimenticato di darmi una sistemata. Tuttavia all’avvio della riunione ho avuto modo di rendermi conto che in fondo nessuno aveva pensato di rendersi particolarmente presentabile, tra chi come me non aveva neanche un filo di trucco con i capelli raccolti senza una regola, chi sfoggiava dei fantastici e inaspettati occhiali da vista con lenti imbarazzanti da miope senza speranza, chi ancora in pigiama e vestaglia. Solo i nostri capi si salvano, anche se mi diverte immaginarli in pantofole, lì al riparo dall’inquadratura della webcam.
Rivedere tutto il team è sempre piacevole, soprattutto in questo momento. D’altronde si tratta di persone con cui si sviluppa un legame che ti fa dire “che bello lavorare qui”, che ti regala risate e complicità, anche semplicemente davanti ad una tazza di caffè e un barattolo di Nutella regalato dal capo perché ci tiene alla tua felicità.
E in questo periodo noi recruiter la pausa caffè la condividiamo lo stesso, come tutte le comunicazioni e le informazioni lavorative su candidature, programmazioni di giornate formative a distanza, consigli su come fare headhunting e ricerca attiva. Alle 11.00 e alle 16:30 qualcuno chiama tutti a raccolta con un sonoro “caffèèè!” scritto sulla chat aziendale.
La cosa che noto più divertente in questi giorni è parlare al telefono con i candidati, approfondendo le offerte di lavoro e le loro esperienze di carriera in modo assolutamente professionale, fin quando ad un tratto da entrambi i lati della cornetta qualcosa ci fa capire che siamo tutti a casa: un bimbo che chiama “Mammaaaa”, un cane che abbaia, una tv accesa con la sigla di “Avanti un altro”, una donna anziana che dice “chi è che ti chiama?”. Siamo tutti in una situazione non proprio convenzionale, ma possiamo comunque vivere e lavorare. Inoltre sto riscoprendo il grande vantaggio di chiamare i miei candidati a qualsiasi ora della giornata lavorativa e trovarli sempre disponibili in quanto siamo quasi tutti in smartworking; nessuna richiesta di posticipo dopo le 18:00, nessun candidato irrintracciabile perché è oberato di lavoro in ufficio o perché è davanti al cliente e non può parlare o perché è in riunione. Questo sì che è entusiasmante quando sei un Recruiter.
In fondo questo momento storico che sta attraversando il nostro Paese penso che in qualche modo stia dando anche qualche vantaggio e sta a noi fare in modo di tramutarlo in qualcosa di positivo, cercando sempre di rispettare al meglio le indicazioni Nazionali così da poter ritornare alla nostra routine, e soprattutto sfuggire dalle grinfie del maledetto frigorifero.

Diario di un Recruiter [Puntata 9]

Come ogni venerdì, ci ritroviamo per la consueta riunione aziendale. C’è chi presenta le selezioni in entrata, chi chiede aiuto nella ricerca del candidato perfetto ma introvabile, chi confessa di aver pensato di fare accidentalmente cadere il computer dal quarto piano dopo l’ennesimo blocco del gestionale. C’è anche chi, con un bel sorriso stampato sul volto, comunica che organizzeremo un evento sulla ricerca e selezione del personale.
L’idea viene accolta da tutti con grande entusiasmo: dopotutto chi meglio di noi può dare il proprio contributo in un evento sul recruiting?
Le menti di tutti iniziano ad immaginare business party in stile hollywoodiano, grandi sale conferenze ricolme di professionisti, sold out dei biglietti a settimane di distanza dall’evento. Ma poi c’è un Recruiter che scende dai sogni di gloria e riflette sulla frase: “Organizzeremo un evento…”
Organizzeremo…chi?
“Tutti noi del team! E nello specifico sarai tu, fortunato Recruiter, a supervisionare l’organizzazione e il lavoro dei tuoi colleghi, affinchè tutto vada per il meglio.”
Organizzare un evento aziendale…io? Io che smarrisco quotidianamente la penna sotto pile di curriculum, io che cerco gli occhiali quando li ho ancora sul naso, io che sento le mani gelate ogni volta che vado a presentare i candidati in azienda?
Eppure sì, sarò proprio io ad organizzare l’evento, perché essere Recruiter significa anche mettersi in gioco, essere flessibile e avere la volontà e il coraggio di ricoprire un ruolo fluido, cambiando veste per adattarsi alle esigenze del contesto e dell’azienda.
Il giorno dopo mi presento in ufficio con la stessa determinazione di Rocky quando saliva sul ring e con la mia squadra inizio a strutturare un piano d’azione, definendo compiti, tempi e obiettivi. L’organizzazione è tutto, in questi casi.
Bastano poche telefonate e una buona dose di capacità commerciale per trovare relatori disposti a partecipare all’evento e condividere il loro punto di vista con la platea di professionisti. I compiti già suddivisi permettono ad ognuno di procedere con sicurezza ed efficienza. Sembra che tutto vada per il meglio, manca solo un piccolo dettaglio: che titolo diamo all’evento?
Il silenzio cala improvvisamente sull’ufficio in fermento. Ci scambiamo occhiate, mentre il nostro cervello corre alla ricerca di un’idea brillante per unire in un titolo accattivante tutti i principi alla base del nostro modo di intendere la selezione del personale. La creatività però, si sa, ha bisogno di tempo.
L’illuminazione arriva improvvisa e inaspettata, mentre il team dei Recruiter è riunito intorno alla macchina del caffè: sarà stata la bibita bollente che riaccende i neuroni, saranno stati i pensieri notturni che si sono condensati nella pausa mattutina, ma terminiamo quel brainstorming informale in possesso di un titolo nato dalle idee di tutti ma che è più della somma dei contributi individuali. Alla fine, il verdetto è unanime: abbiamo un titolo.
Le settimane corrono veloci. Quando ci è stato annunciata la data dell’evento, a distanza di mesi, sembrava che avessimo tutto il tempo del mondo e che quel giorno non dovesse arrivare mai. Mi accorgo però che, tra riunioni, pianificazioni, proposte, sopralluoghi, contatti e inviti, il tempo mi sta scivolando tra le mani. In men che non si dica, siamo ad un passo dall’evento.
In questo periodo, devo sforzarmi di rimanere concentrata su più fronti: un Recruiter che organizza eventi è infatti prima di tutto un Recruiter.
Inizio a dividere le mie giornate tra una ricerca su LinkedIn e la preparazione di una serie di inviti, lo screening dei curriculum e la scelta delle immagini promozionali, le interviste telefoniche ai candidati e la supervisione delle varie fasi del progetto. Il telefono squilla spesso e dopo un po’ devo leggere un paio di volte il nome sullo schermo per non invitare un candidato in selezione all’evento e non proporre all’HR Manager di una nostra azienda cliente una bellissima opportunità come progettista meccanico.

Ringrazio allora le skill apprese lavorando come Recruiter, l’abitudine di appuntarmi tutto per non dimenticare le questioni che non riesco a risolvere immediatamente, la capacità di interrompere un’attività diverse volte per rispondere al telefono, la mania di  tenere monitorato l’avanzamento del lavoro – che sia una selezione o un evento – riempiendo fogli excel di dati. Tutte queste competenze vengono in mio soccorso nel fare un’attività che non è solitamente compito del Recruiter, ma che può diventarlo.
Quando la massa critica di attività minaccia di trasformarsi in un mostro pronto ad inghiottirmi, alzo la mano in cenno di aiuto prima di affogare, e trovo sempre qualcuno disposto ad afferrarla. Il team Recruiter si unisce per raggiungere l’obiettivo comune e se non tutti sono coinvolti direttamente nell’organizzazione dell’evento, allora si prendono carico di compiti legati al recruiting, alleggerendo il peso sulle mie spalle.
I giorni passano, le telefonate si sprecano e i posti per l’evento si riempiono in fretta. L’aggiornamento dell’elenco degli invitati è un lavoro continuo; conferme, disdette, sostituzioni, “posso portare anche mio marito che è molto interessato?”, “è ancora libero un posto per la mia collaboratrice che si sta formando proprio su quei temi?”. Aggiorno l’elenco dei partecipanti in tempo reale e ad ogni nuovo partecipante risuona nell’ufficio una sirena: “Un’altra persona ha confermato la presenza, mi prepari per favore invito e badge personalizzato?”.
Nel grande giorno, tutti gli sforzi di mesi si condensano in un’ansiosa attesa, ma scaccio via i pensieri negativi nel momento in cui iniziano ad arrivare i primi partecipanti e scopro che la macchina organizzativa messa in piedi sta procedendo senza grossi intoppi. Nel momento in cui vedo la sala piena di professionisti e sento l’applauso che decreta l’inizio dell’evento, il capo del team Recruiter si volta verso di me e, di soppiatto, mi rivolge un pollice in su.
Chi ha detto che il Recruiter fa solo selezione del personale?

Diario di un Recruiter [Puntata 8]

F-E-R-I-E
Riviera romagnola, 34 gradi, stessa spiaggia stesso mare.
In questo momento sono sdraiata sotto l’ombrellone, con un’abbronzatura in stato di avanzamento e i miei immancabili occhiali da sole a lente scura, quelli più adatti per impersonificare il ruolo di spia marittima. Sono in uno stato di pace interiore spontanea, quando all’improvviso la quiete viene interrotta da un coretto da passerella guidato da una ragazza: “Andiamo in riva a fare il gioco caramella!”. Il disappunto è istantaneo. Per fortuna sono una persona che tende alla pace nel mondo, così decido di lasciare correre e concentrare le mie attenzioni su chi disturba il mio relax.
“La Terry”, così la chiamano tutti. È un’animatrice assunta per la stagione estiva da un family Hotel; l’obiettivo di questi animatori (circa 6 in totale), è quello di intrattenere tanto i bambini quanto gli adulti in modo da creare un clima di coinvolgimento e divertimento generale. La Terry è una ragazza solare ed espansiva, ha una grinta da paura, è motivante, improvvisa e fa gruppo. Dalle 9.00 alle 17.00 impiega tutte le sue energie per intrattenere e fare divertire orde di bambini scalpitanti. Lei e gli altri animatori tutte le sere pianificano balli di gruppo, giochi a premi in riva al mare, sport di squadra nel campo da beachvolley, raduni creativi nella zona bar. Insomma questi animatori hanno proprio un bel da fare.
Incuriosita e in parte anche ammirata da queste mine vaganti di animatori, decido di avvicinarmi alla Terry per farci due chiacchiere. Lei ha 23 anni studia Scienze della comunicazione all’università di Pesaro, tuttavia ha deciso di trovare un lavoretto stagionale per guadagnare qualche soldo in modo da pagarsi una stanza in affitto. A seguito di questa breve parentesi di dialogo iniziano a partirmi una serie di pensieri, che convergono in un’unica direzione: ogni esperienza di lavoro serve. Forse la Terry non ne è pienamente consapevole, ma terminata la stagione al mare non si porterà a casa solo una bella abbronzatura e due soldi in tasca, ma molto di più.
Per come la vedo io, e per come la vedo io da Recruiter ogni esperienza di lavoro ti lascia qualcosa, un insegnamento che nel tempo si sviluppa fino a tradursi in comportamento automatico. Quest’ultimo se potenziato diventa una vera e propria competenza.
Lavorare è sempre e comunque una grande palestra, perché devi improvvisarti equilibrista fra un ruolo nella società e te stesso. Prima cominci a fare l’equilibrista e prima trovi l’equilibrio.
Come può un’esperienza da animatore fare la differenza?
Banalmente un lavoro come questo ti insegna a interagire con persone di età diverse, a mediare fra diverse persone (bambini, genitori, bagnini, anziani), ti incentiva al lavoro di squadra e al planning giornaliero delle attività. Può sembrare scontato ma si acquisiscono delle skills che potrebbe risultare importanti e portanti per un lavoro futuro, skills che spesso vengono fuori nel momento di incontro-scontro fra noi stessi, noi versione lavoratori e noi nel rapporto con gli altri.
Un’esperienza di lavoro, piccola o grande che sia, tira fuori qualcosa di noi, qualcosa che è importante lasciare emergere e poi analizzare per capire chi siamo e chi vogliamo diventare.
Non tutti ci riescono ma provarci è fondamentale.
Chissà se la Terry troverà la sua strada?
Chissà se me la troverò come candidata in una qualche selezione fra 2-3 anni?
Domande e filosofie da ombrellone a parte…
Al termine di questo pomeriggio mi sono resa conto che se un Recruiter va al mare e inizia a pensare al potenziale di un’animatrice turistica del proprio bagno, per godersi le ferie dovrebbe auto-esiliarsi su un’isola deserta priva di stimoli umani da analizzare.
Pazzia o passione? A voi la scelta.
Intanto vi auguro di continuare a potenziare le vostre skills in vacanza!
Buona estate.

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