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Diario di un Recruiter [Puntata 4]

Oggi non verrà, ma verrà domani.
[Cit. Aspettando Godot]
C’è un solo pensiero che culla i sogni dei selezionatori la notte e che li ritrova quando riaprono gli occhi al mattino. Ed è il pensiero di lui.
Lui che è sicuramente la fuori da qualche parte e che aspetta solo noi, lui che potrebbe nascondersi dietro ad ogni nuovo curriculum ancora da scartare o nel nuovo profilo LinkedIn da aprire, lui che potrebbe celarsi in quel contatto telefonico che dobbiamo ancora digitare sulle nostre tastiere.
Alcuni se lo immaginano biondo con gli occhi azzurri a cavallo delle loro lauree in ingegneria e dei loro Master, ad altri appare in sogno avvolto da un’aurea di soft skills ed esperienze in multinazionali, c’è chi addirittura vocifera che sia possibile udirlo parlare in 3 lingue diverse, tra cui anche il tedesco!
Ovviamente sto parlando di lui, del principe azzurro di tutti noi recruiter, salvezza e condanna di ogni selezionatore: il candidato perfetto.
Tante volte nello svolgere la mia attività di recruiter mi è capitato di presentare all’azienda alcuni profili che venivano valutati positivamente per poi sentirmi dire comunque frasi come: “Non è scattata l’intesa”, “Benissimo però vorremmo vederne altri”, “Non è proprio quello perfetto”.
Certo, in determinati casi è giusto saper valorizzare i candidati che corrispondono alla perfezione ai requisiti dell’azienda, a volte, però, procrastinare la scelta nell’attesa del candidato ideale può rivelarsi infruttuosa per l’azienda, e spesso fatale per il percorso selettivo.
Nell’opera teatrale “Aspettando Godot”, i due protagonisti restano bloccati nell’attesa del famoso personaggio che sembra sempre sul punto di arrivare. Ci fa riflettere che il famoso Godot mandasse, ai due personaggi in attesa, un ragazzo a ricordargli ogni giorno che oggi non sarebbe venuto, ma domani sicuramente sì.
Questo dettaglio mi ha fatto pensare a quanti danni possa fare, a volte, una frase così semplice ma in grado di tenere in attesa due persone. Ed è in quel ruolo, quello del messaggero, che trovo rispecchiarsi il ruolo del selezionatore, che rischia tramite l’illusione dell’arrivo del candidato ideale di creare una situazione di stallo all’interno delle aziende.
Infatti, una selezione dopo l’altra,
ho capito sempre di più che nel nostro lavoro per concretizzare un iter selettivo con soddisfazione, a volte (spesso), il candidato non basta aspettarlo.
Il candidato in certi casi bisogna andarlo a cercare, a volte semplicemente il candidato ideale si rivela essere qualcuno che sulla carta non ha tutti i titoli al posto giusto ma ha le soft skills adatte per compensare. A volte invece il candidato ideale non c’è ancora, ma c’è un giovane talento che può diventare quel candidato, se inserito e seguito nel modo giusto in azienda.
Il compito del selezionatore, infatti, non è essere dei semplici messaggeri di quel profilo perfetto che può farci aspettare per mesi o addirittura non arrivare mai. Piuttosto l’obiettivo di chi vuole raggiungere risultati nel campo della ricerca e selezione del personale è quello di diventare dei partner che lavorano insieme  all’azienda cliente e che in determinate circostanze riescano a smuoverla da una situazione di stallo sollevando il velo dell’illusione e rendendola consapevole che il loro agognato candidato ideale non arriverà oggi e nemmeno domani e che invece di continuare ad aspettarlo ci sono tante altre strade che è possibile percorrere proprio sotto i loro occhi.
Estragone: Panorami ridenti. (Si volta verso Vladimiro) Andiamocene.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perché?
Vladimiro: Stiamo aspettando Godot.
Estragone: Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

Diario di un recruiter [Puntata 3]

Alle prime luci dell’alba, con la quarta fetta di panettone tra le mani, un bicchiere di prosecco mezzo vuoto e un bicchiere di latte pieno che mi guardano malinconici sul tavolino, percepisco una strana sensazione, come se, da un momento all’altro, qualcuno dovesse bussare alla porta e dirmi che ormai non c’è più tempo. Allora l’illuminazione: mi alzo di scatto, inciampo, mi rialzo e corro verso il calendario. Mancano poche ore al venticinque dicembre e non ho ancora scritto nulla a Babbo Natale.
Io non so se lui esista, o sia mai esistito. Se lavora per la Coca-Cola, o se in realtà, dopo una grandissima esperienza come direttore di Supply Chain, sia diventato il fondatore di Amazon. Quello che la mia mente dà per certo, è che, anche alla mia età, non si è mai troppo grandi per cercare un po’ di conforto e speranza anche in ambienti poco convenzionali.
Allora mi metto in assetto da lavoro: penna alla mano, pantofole ai piedi, un maglione rosso con le renne di quattro taglie più grande e un vecchio CD dei Tool per creare la giusta atmosfera.
 
Caro Babbo Natale…
quest’anno sono stato bravo e ho fatto felici diverse aziende, ma soprattutto tanti talenti meritevoli. Ci sono state mille, ma anche duemila, difficoltà che, in un modo o nell’altro, ho superato grazie anche all’aiuto dei colleghi.
Però, ecco, se vuoi proprio darmi una mano e facilitare alcuni passaggi cruciali delle mie attività avrei giusto un paio di richieste:

candidati puntuali ai colloqui di lavoro
la scomparsa degli annunci civetta che screditano il lavoro di noi professionisti
l’obbligo di lettura delle offerte di lavoro fino alla fine. E per “fino alla fine” intendo ultima riga compresa
aziende lungimiranti che, oltre al titolo accademico, guardino le potenzialità.

In cambio prometto un po’ di sana autocritica e impegno nel mio lavoro.
Come sempre, grazie per l’ascolto.
Ah, ti allego anche il mio curriculum, sia mai che si dovesse liberare un posto come Elfo aiutante.

Diario di un recruiter [Puntata 2]

Ho sentito dire, ma forse sono solo voci di corridoi, che esistono persone nel mondo che si alzano un’ora e mezza prima rispetto alla tabella di marcia per fare una serie di attività che io definisco “da adulto responsabile”. Si parte con 20 minuti di yoga, poi si piegano i panni puliti, si porta a spasso il cane e infine si fa una colazione sana e bilanciata seduti al tavolo, magari mentre si legge il quotidiano del giorno. Io sono più il tipo di persona che la mattina rimanda la sveglia tre volte, fino a quando non si costringe a rotolare fuori dal letto e a lottare con la lancetta dell’orologio per varcare la soglia dell’ufficio in tempo e a sedersi finalmente alla scrivania.
Una volta arrivata in postazione è lì che premo il tasto play e, un po’ come il mio computer che comincia ad avviare tutti i programmi di lavoro, cominciano ad accendersi anche le mie sinapsi. È il classico momento  di quiete prima della tempesta. Dove ci sei solo tu e il pc. È quello il momento che mi prendo per riordinare le idee.
Quel momento in cui ancora il telefono non squilla, quando ancora devono aggiornarsi le mail e il numero di candidati che potresti aver ricevuto dal giorno prima è ancora in quel fantastico limbo che può andare da 0 a 100 e soprattutto quando ancora non sai quale imprevisti fronteggerai durante la giornata.
È in quel momento che posso stilare una lista dei compiti che idealmente vorrei poter portare a termine durante la giornata, scordandomi per un secondo che nella giornata tipo di un recruiter l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e che quella lista è più che altro un’utopica linea guida che comunque cercherò di portare a termine.
Da lì in avanti tutto comincia a susseguirsi in un vortice di impegni e scadenze: bisogna controllare che tutti i candidati abbiamo confermato gli appuntamenti, rincorrere i ritardatari, assicurarsi di rispondere a tutti coloro che ho contattato su LinkedIn, pubblicare l’annuncio di una nuova offerta sui portale, incontrare il proprio responsabile per capire le caratteristiche e i requisiti di un nuovo profilo da ricercare. Assicurandosi nel mentre di rispettare gli appuntamenti telefonici presi con i candidati.
Poi , in mezzo al turbinio di attività che si susseguono una dopo l’altra, arriva qualcuno che bussa alla porta del tuo ufficio. A volte appare come un salvagente a cui decidi di aggrapparti con tutte le tue forze per non farti trascinare dalla corrente, altre volte invece sotto forma di una sirena che con un canto cerca di portarti via dalle attività in cui sei totalmente coinvolto.
In entrambi i casi è impossibile resistere a quel richiamo: il richiamo della pausa caffè.
Il che è strano per me, considerando che io non  ho mai avuto una passione vera e propria per la bevanda in sé, troppo amara per i miei gusti. E non ho nemmeno mai fatto particolare affidamento sulle proprietà energizzanti dei magici chicchi. In realtà ciò a cui veramente non potrei mai rinunciare durante la giornata lavorativa è tutto ciò che ruota intorno a quel momento.
Il momento della pausa caffè è quello in cui per un momento posso staccare la spina, che si tratti di un minuto o di cinque. Spesso è anche il primo momento della giornata in cui vedo veramente in faccia i miei colleghi che fino ad allora erano presi quanto me dalle loro attività. È il momento in cui condividiamo ciò che abbiamo fatto la sera prima o quali saranno i nostri programma per la settimana. Il momento in cui a volte possiamo anche tirare un sospiro perché purtroppo oggi non riusciamo a trovare un candidato che ci piaccia veramente, così diventa anche un momento di scambio in cui poterci confrontare e aiutare sui problemi che magari un altro recruiter prima di noi ha saputo affrontare. A volte diventa anche semplicemente uno spazio tranquillo in cui rimanere in silenzio a sorseggiare la propria bevanda condividendo per alcuni minuti una pace che sappiamo che da lì a poco terminerà.
E allora dopo aver convenuto che “Sì, in effetti erano meglio le cialde di prima” o “Oggi il caffè non era malaccio” si può prendere un lungo respiro e dopo aver ordinato le idee e rimesso ogni tassello al proprio posto ci si può congedare solitamente con un “Vado a chiamare un candidato, questo mi sembra molto promettente!” oppure un “Io devo cercare altri responsabili commerciali, forse su quel portale troverò qualcuno di valido”.
A quel punto, tornata alla scrivania, la mia lista ideale ha preso una nuova forma.

Forse è veramente merito del caffè o forse no, ma in effetti ti senti pronto ad affrontare la giornata nel bene e nel male.
Anche perché sai che, indipendente da come andrà, anche domani mattina esattamente alla stessa ora tutti si riuniranno davanti a quella piccola macchinetta nera per condividere le avventure e le disavventure di un recruiter.
Ora, scusatemi, ma è proprio l’ora di un caffè.
 
 
 
 
 
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Diario di un Recruiter [Puntata 1]

È mattina, fa freddo e devo ancora scaldare i pensieri con un caffè bollente.
Il tempo è poco. Bevo, mi ustiono, mi vesto e salgo in macchina.
Nei trenta minuti che mi separano dal lavoro penso che anche oggi dovrò inventarmi qualcosa di nuovo per trovare l’introvabile: il candidato ideale.
Ogni azienda è alla ricerca del profilo perfetto ed io non sono in gradi di trovarlo semplicemente perché non esiste. La mia missione è un’altra, devo scovare chi ha le potenzialità per diventare perfetto. E non si parla di una perfezione generica che va bene sempre, ovunque, con tutti e per tutti. No, qui si parla di sfumature, talvolta impercettibili perfino per chi le possiede.
Allora mi metto in moto. Sono passate da poco le nove e in ufficio l’unico rumore percepibile è dato dal battito dei polpastrelli sui tasti. Tutto il resto diventa foschia che lascia spazio alla nitidezza dello schermo. E via con pagine di nomi, di carriere, di Master dai titoli impronunciabili e si inizia con la ricerca.
Questo potrebbe ma… Questo profilo è meglio. Ecco, questo sarebbe perfetto ma no, gli manca quella piccola cosa, ma sai che ti dico? Io lo chiamo lo stesso.
E la mattina passa con i rumori forti, fortissimi, dei miei discorsi in testa che rispettano il religioso silenzio dell’ufficio.
Pausa caffè. I pensieri sono già caldi, ma è sempre meglio non correre il rischio di rallentare le sinapsi. Torno alla mia postazione, accendo il telefono e… niente. Nessuno mi chiama, nessuno mi cerca, vuol dire che non ho lasciato niente in sospeso. Molto bene.
Faccio una bella lista dei profili individuati, preparo un discorso, me lo scrivo, lo rileggo, lo imparo e poi me lo dimentico. Non posso fare una telefonata sempre uguale, o perdo tutte quelle sfumature preziose.
Inizio le chiamate e tra un “non mi interessa, grazie”, “sto già lavorando”, “non ho capito, chi è lei?”, “Ho già Fastweb, la ringrazio lo stesso”, trovo la persona interessata ad approfondire il discorso.
È il decimo che chiamo, ma l’unico con cui non posso sbagliare nulla, nemmeno una sillaba. Indosso il costume di Umberto Eco e gli racconto perché proprio lui, senza avere la certezza che sia davvero il Sacro Graal per il mio cliente.
E lui sapete che mi dice? Che accetta la sfida, che vuole andare avanti. Sorrido un po’, a mezza bocca, perché consapevole di non potermi fermare qui. Devo continuare a cercare, cercare e cercare… Non mi basta la goccia d’acqua nel deserto, io voglio tutto il mare.
Continuo a lavorare mentre la luce da fuori inizia a spegnersi. Mi accorgo di avere ancora tante cose da fare e non avere più il tempo. Priorità. È il momento di tirarle fuori.
Sento tante persone tutti i giorni. Persone non candidati, profili, nomi, numeri… persone e per ognuno di loro ho l’obbligo di dare un responso.
Apro i raccoglitori, guardo l’agenda delle chiamate, leggo gli appunti e mi maledico per non essere una persona precisa e pignola. Alla fine riesco a collegare tutti i passaggi e contatto la mia preziosa materia prima. Qualcuno sarà felice di sentirmi, ad altri dovrò spiegare che per questa volta dobbiamo interrompere il percorso e non saranno per niente contenti.
Sono passate da poco le sei e prima che si spengano gli occhi, arresto il computer e rimetto a posto gli strumenti di lavoro. Guardo il telefono e mentre sto per spegnerlo arriva quell’sms che non mi immaginavo.
Mi sono dimenticato di te. Non ti ho richiamato, non ti ho dato un esito, o ti ho lasciato ad attendere informazioni aggiuntive che non ho più avuto la premura di darti. Cerco di rimediare anche se ho già perso la fiducia dopo averla conquistata con difficoltà.
Oggi è andata così, me ne torno a casa con l’amaro in testa. Domani sarà un altro giorno e magari andrà meglio. L’unica certezza che mi rimane, mentre giro le chiavi e mi preparo a trenta minuti di auto, è che la prossima volta che entrerò in ufficio ci sarà un’altra sfida ad attendermi e poi un’altra e ancora e ancora…Non è mica un lavoro facile, ma non saprei fare altro.
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