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Diario di un Recruiter [Puntata 7]

Una mattina di inizio gennaio mi sono seduta davanti a una nuova scrivania. In un secondo ho realizzato di essere in un nuovo ufficio, con un  nuovo computer, nuovi colleghi, nuovi responsabili, nuovi obiettivi e nuovi compiti. Tutto nuovo. “Si ricomincia” ho pensato.
Ricominciare è sempre bello ma non è mai così facile.
Ho provato a stilare nella mia testa una lista delle cose più difficili del cambiamento, al primo posto in assoluto: il rapporto con il colleghi. Non importa quanto sei estroversa e motivata, costruire relazioni ex novo è difficile, ancora più difficile è subentrare in un sistema di relazioni già consolidate. Sono convinta che la serenità emotiva al lavoro dipenda in primis dalla risposta alla domanda: “come mi troverò con i colleghi?”. Per rispondere, mi capita spesso di fare dei parallelismi fra il mondo del lavoro e lo sport che ho praticato per tanti anni, la pallavolo. Proprio come in una squadra di pallavolo, credo che il lavoro ed in particolare questo tipo di lavoro, il lavoro del Recruiter, sia uno sport individuale di squadra.
Certo, ogni Recruiter ha la propria selezione da gestire, i propri profili da ricercare, i candidati giusti da chiamare e presentare all’azienda e questa è la parte “individuale” di questo lavoro. L’individuale fa emergere lo stile di ognuno: chi è super controllato e posato, chi un po’ più ansioso, chi è rapido, chi ha bisogno di strutture, chi è un freestyler professionista. Insomma, a ciascuno il suo. Proprio come in una squadra di pallavolo c’è l’alzatore, l’ala, l’opposto  e il libero. Lo stile di ognuno marca un’identità, un ruolo che definisce una naturale posizione del singolo all’interno della squadra.
Dietro ogni Recruiter c’è una grande squadra
In SCR ci sono due tipologie di team, quello strutturato e quello improvvisato.
Il team di lavoro strutturato si caratterizza da: Supporto, Recruiter e Project Manager, ognuno ha la sua fetta di attività nell’iter selettivo. In pratica è lo “schema di gioco” predefinito con cui si scende in campo per ogni selezione.
I team improvvisati sono tutte quelle forme di aiuto, incoraggiamento, supporto che viviamo nel quotidiano con i colleghi; non seguono una vera propria logica, si possono generare durante una pausa caffè, piuttosto che in un momento random in ufficio o perché no, in pausa pranzo.
Di solito sono anteceduti da segnali sonori piuttosto inequivocabili, del tipo “aiuto, non trovo i candidati”, “non ce la faccio”, “come posso fare?” e sono seguiti da gesti di comprensione come cenni del capo, pacche sulle spalle, momenti di ascolto e scambio di opinioni.
Questo pattern si può concludere in diversi modi:

Il regalo
C’è chi ti dona uno o più cv della sua selezione, che possono andare bene per la tua. Spesso capita di avere un candidato che può essere più interessante per la posizione del tuo collega. Che fai? Un regalo.

Il buon samaritano
Talvolta lo spirito di supporto combinato a un momento “scarico” lavorativo del collega soccorritore porta a gesti importanti di aiuto. Ecco che il tuo collega si mette con te a ricercare il giusto candidato, magari farti qualche chiamata per organizzare colloqui, o perché no ti dà una mano a fare ricerca attiva dei giusti profili.

Pillole di Coaching
A volte può capitare di non poter aiutare in modo pratico un collega in difficoltà, è a questo punto che subentra il Coach. Quest’ultimo è chi vedendoti demotivato, affannato, o giù di morale ti offre pillole motivazionali, cercando di alzare la tua soglia del buon umore, e perché no dell’autostima.

La Coccola
La coccola è quell’attenzione, quella premura, quel gesto spesso materiale che il collega ti dona nel momento del bisogno. Si può declinare in “ti preparo il caffè come lo prendi di solito, così ottimizzi i tempi”, “ti riempio il vaso di snack al cioccolato per alzare i tuoi livelli di seratonina” o “ti faccio ridere con sketch divertenti della mia vita disastrata per alleggerirti la giornata”.

Arriva il momento della chiusura della selezione. Il candidato giusto è arrivato a destinazione, l’azienda. Ti senti di aver fatto un buon lavoro, individuale sì, ma non puoi fare a meno di pensare che sei arrivato alla fine con le spalle parate dai tuoi colleghi. E proprio come in una partita di pallavolo, magari sì il punto lo hai fatto tu schiacciando la palla nel campo avversario, ma a fine partita non puoi non pensare che se non ci fosse stato il libero che riceve una buona palla, se non ci fosse stato l’alzatore che conosce esattamente come  alzarti la palla, se non ci fosse stato il coach ad allenarti e spronarti ad allenamento e durante la partita, se non ci fossero i panchinari che fanno il tifo e incoraggiano, se non ci fossero tutte queste persone, rimarresti solo tu e la palla.

Diario di un Recruiter [Puntata 6]

La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi
avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà
se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.
[Luigi Pirandello]

 
La vita lavorativa di un Recruiter è composta dall’intreccio di un’infinità di vite, che passano sotto i suoi occhi sotto forma di nomi, curriculum, profili LinkedIn, fonti di informazioni che sono un primo accesso alla vita di una persona, con i suoi salti, i suoi cambi, i suoi alti e bassi.
Tante esistenze in 2D, limitate sicuramente dal focus sugli aspetti professionali, ma con tantissimi dettagli che non sfuggono ad un occhio attento. Ha così inizio un’indagine minuziosa, per cercare di carpire il più possibile dalle poche informazioni di cui si è in possesso.
Quando ero piccola, uno dei miei cartoni animati preferiti era Detective Conan, la storia di un giovanissimo detective che, con straordinaria capacità di osservazione delle situazioni e delle persone, riusciva a raccogliere tutti gli indizi fino ad individuare il colpevole e, spesso, anche le motivazioni che l’avevano spinto a commettere il crimine.
A volte mi sento un po’ come una Detective delle risorse umane. La conoscenza della persona avviene attraverso la raccolta di tanti piccoli indizi; il curriculum diventa una fonte di informazioni, ma anche di tante domande: perché l’esperienza in azienda è finita dopo tanti anni? Perché vorrà trasferirsi proprio in questa zona? Cosa lo spinge a cercare un nuovo lavoro? Cosa, nella nostra opportunità, combacia con il percorso che vuole fare nella sua vita?
La risposta nel curriculum non c’è. L’idea che in questo momento ho della persona è un’immagine bucherellata come un groviera, definita in certi punti, ma completamente vuota in altri.
Ed ecco allora che il buon Detective si arma di lente di ingrandimento e, telefono alla mano, contatta il candidato per sentire dalla sua viva voce la risposta alle tante domande che affollano la sua mente.
L’immagine piatta del candidato prende ora forma e dimensione grazie al tono di voce, all’accento e alla cadenza, al modo di parlare e spiegare, diventando la bozza di un progetto in 3D, ancora incompleta, grigia e priva di dettagli, certo, ma sicuramente più concreta. È una costruzione di immagine che non avviene solo grazie alle risposte della persona:
segreto sta nell’ascoltare ciò che il candidato non dice, arrivare a sfiorare diversi ambiti della sua vita, bilanciando con sensibilità la curiosità di conoscere e la privacy della persona.
Durante la telefonata, domanda dopo domanda, cerco di costruirmi una prima impressione di come il mio interlocutore potrebbe essere; il mio animo detective raccoglie gli indizi, analizza le impronte digitali e i documenti dell’archivio, arriva fino a controllare se c’è polvere sotto il tappeto.
Quello che ottengo alla fine è un cartonato della candidato, un’immagine certo più chiara e definita, ma ancora priva di tantissimi elementi intangibili.
Il candidato sarà come nella foto sul curriculum oppure avrà cambiato taglio di capelli? Sarà alto o basso? Indosserà i tacchi o preferirà le scarpe sportive? Sarà sorridente quando stringe la mano o si dimostrerà più timido? Si presenterà in maniera rilassata oppure si sfregherà le mani in segno di agitazione per la prova da sostenere? Sarà aperto e gesticolerà mentre parla, oppure sarà più riservato e composto?
Tutte queste domande avranno una sola risposta: il momento del colloquio.
Poi finalmente quel momento arriva e:
“Ho un appuntamento per un colloquio”
“Sì, certo, salga al quarto piano”.
Nel momento in cui la persona entra dalla porta, tutte le impressioni si concretizzano improvvisamente in qualcosa che non è più né un curriculum, né una voce al telefono, è la somma di tutto questo ed è molto di più e tutti gli indizi raccolti minuziosamente si amalgamano e si arricchiscono di colori, odori, espressioni. Qualcosa che fino ad allora sembrava ancora lontano, che sono arrivata a sfiorare ma non a toccare direttamente diventa concreto e tangibile.
Durante il colloquio tutte le mie domande troveranno risposta, si vedrà se la “scena del crimine” è stata ricostruita correttamente oppure se il detective ha tralasciato qualche indizio, se ha frainteso una delle prove o se non avrebbe avuto elementi sufficienti per fare una ricostruzione attendibile.
La selezione per me è anche questo: una lenta costruzione di identità in cui un giovane Detective delle risorse umane deve allenare quotidianamente le sue capacità di ascolto e osservazione per raccogliere progressivamente tutti gli indizi e capire, a tutto tondo, la persona che si trova di fronte.

Diario di un Recruiter [Puntata 5]

Il recruiter alle prese con gli appuntamenti

Il dramma dei rapporti tra selezionatore e candidato è dato dal fatto che entrambi osservano lo stesso orario lavorativo. Già in fase di primo contatto telefonico è necessaria una certa flessibilità da una delle due parti: o il candidato riesce ad “appartarsi” per rispondere alle domande di approfondimento, o il selezionatore deve concedere una parte del proprio tempo extralavorativo (che sia la pausa pranzo, o l’orario aperitivo) per effettuare la telefonata. Ma è nella fase in cui si comincia a negoziare la data e l’orario del colloquio che emergono le difficoltà più serie e comincia la partita a braccio di ferro.

La prima frase di rito del candidato è: “Siete aperti anche il sabato?”. La risposta negativa è spesso seguita da: “Si ma io lavoro dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18 come voi”.

Come una gara a chi sbatte le palpebre per ultimo comincia la fase di negoziazione. “Qual è l’ultimo appuntamento della giornata?” “Alle 17” “Possiamo fare alle 18?” e via dicendo. La guerra può prevedere anche diverse battaglie, intramezzate da una formula di time out che suona così: “la richiamo tra poco perché devo consultare la mia agenda e vedere se posso spostare un appuntamento” (lato candidato) oppure “mi confronto con la responsabile della selezione per valutare se può essere disponibile all’orario da lei richiesto” (lato recruiter).

Quando il colloquio da concordare è via skype, i risultati di questi incastri forzati rischiano di essere: candidati che si collegano dalla toilette aziendale, con voce quasi sussurrante, oppure consulenti che con una mano mescolano la zuppa che stanno cucinando per la cena in famiglia e con l’altra accedono a skype.

Quando il colloquio si svolge invece di persona, significa che una delle due parti ha in qualche modo “ceduto” pensando al bene comune: il proseguimento dell’iter selettivo.

In generale nell’ultimo anno assistiamo ad un trend piuttosto significativo in cui i candidati hanno sempre meno disponibilità a fissare colloqui in orario di lavoro. Far quadrare le esigenze di tutti spesso richiede le stesse energie spese per trovare il candidato perfetto.

È già cambiato il modo di fare recruiting … cambierà anche l’orario in cui farlo?

Già immagino una conversazione tra amici:

“lavoro tutte le sere e nei fine settimana”

“lavori in un locale?”

“no, faccio la Recruiter”

Diario di un Recruiter [Puntata 4]

Oggi non verrà, ma verrà domani.
[Cit. Aspettando Godot]
C’è un solo pensiero che culla i sogni dei selezionatori la notte e che li ritrova quando riaprono gli occhi al mattino. Ed è il pensiero di lui.
Lui che è sicuramente la fuori da qualche parte e che aspetta solo noi, lui che potrebbe nascondersi dietro ad ogni nuovo curriculum ancora da scartare o nel nuovo profilo LinkedIn da aprire, lui che potrebbe celarsi in quel contatto telefonico che dobbiamo ancora digitare sulle nostre tastiere.
Alcuni se lo immaginano biondo con gli occhi azzurri a cavallo delle loro lauree in ingegneria e dei loro Master, ad altri appare in sogno avvolto da un’aurea di soft skills ed esperienze in multinazionali, c’è chi addirittura vocifera che sia possibile udirlo parlare in 3 lingue diverse, tra cui anche il tedesco!
Ovviamente sto parlando di lui, del principe azzurro di tutti noi recruiter, salvezza e condanna di ogni selezionatore: il candidato perfetto.
Tante volte nello svolgere la mia attività di recruiter mi è capitato di presentare all’azienda alcuni profili che venivano valutati positivamente per poi sentirmi dire comunque frasi come: “Non è scattata l’intesa”, “Benissimo però vorremmo vederne altri”, “Non è proprio quello perfetto”.
Certo, in determinati casi è giusto saper valorizzare i candidati che corrispondono alla perfezione ai requisiti dell’azienda, a volte, però, procrastinare la scelta nell’attesa del candidato ideale può rivelarsi infruttuosa per l’azienda, e spesso fatale per il percorso selettivo.
Nell’opera teatrale “Aspettando Godot”, i due protagonisti restano bloccati nell’attesa del famoso personaggio che sembra sempre sul punto di arrivare. Ci fa riflettere che il famoso Godot mandasse, ai due personaggi in attesa, un ragazzo a ricordargli ogni giorno che oggi non sarebbe venuto, ma domani sicuramente sì.
Questo dettaglio mi ha fatto pensare a quanti danni possa fare, a volte, una frase così semplice ma in grado di tenere in attesa due persone. Ed è in quel ruolo, quello del messaggero, che trovo rispecchiarsi il ruolo del selezionatore, che rischia tramite l’illusione dell’arrivo del candidato ideale di creare una situazione di stallo all’interno delle aziende.
Infatti, una selezione dopo l’altra,
ho capito sempre di più che nel nostro lavoro per concretizzare un iter selettivo con soddisfazione, a volte (spesso), il candidato non basta aspettarlo.
Il candidato in certi casi bisogna andarlo a cercare, a volte semplicemente il candidato ideale si rivela essere qualcuno che sulla carta non ha tutti i titoli al posto giusto ma ha le soft skills adatte per compensare. A volte invece il candidato ideale non c’è ancora, ma c’è un giovane talento che può diventare quel candidato, se inserito e seguito nel modo giusto in azienda.
Il compito del selezionatore, infatti, non è essere dei semplici messaggeri di quel profilo perfetto che può farci aspettare per mesi o addirittura non arrivare mai. Piuttosto l’obiettivo di chi vuole raggiungere risultati nel campo della ricerca e selezione del personale è quello di diventare dei partner che lavorano insieme  all’azienda cliente e che in determinate circostanze riescano a smuoverla da una situazione di stallo sollevando il velo dell’illusione e rendendola consapevole che il loro agognato candidato ideale non arriverà oggi e nemmeno domani e che invece di continuare ad aspettarlo ci sono tante altre strade che è possibile percorrere proprio sotto i loro occhi.
Estragone: Panorami ridenti. (Si volta verso Vladimiro) Andiamocene.
Vladimiro: Non si può.
Estragone: Perché?
Vladimiro: Stiamo aspettando Godot.
Estragone: Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?

Diario di un recruiter [Puntata 3]

Alle prime luci dell’alba, con la quarta fetta di panettone tra le mani, un bicchiere di prosecco mezzo vuoto e un bicchiere di latte pieno che mi guardano malinconici sul tavolino, percepisco una strana sensazione, come se, da un momento all’altro, qualcuno dovesse bussare alla porta e dirmi che ormai non c’è più tempo. Allora l’illuminazione: mi alzo di scatto, inciampo, mi rialzo e corro verso il calendario. Mancano poche ore al venticinque dicembre e non ho ancora scritto nulla a Babbo Natale.
Io non so se lui esista, o sia mai esistito. Se lavora per la Coca-Cola, o se in realtà, dopo una grandissima esperienza come direttore di Supply Chain, sia diventato il fondatore di Amazon. Quello che la mia mente dà per certo, è che, anche alla mia età, non si è mai troppo grandi per cercare un po’ di conforto e speranza anche in ambienti poco convenzionali.
Allora mi metto in assetto da lavoro: penna alla mano, pantofole ai piedi, un maglione rosso con le renne di quattro taglie più grande e un vecchio CD dei Tool per creare la giusta atmosfera.
 
Caro Babbo Natale…
quest’anno sono stato bravo e ho fatto felici diverse aziende, ma soprattutto tanti talenti meritevoli. Ci sono state mille, ma anche duemila, difficoltà che, in un modo o nell’altro, ho superato grazie anche all’aiuto dei colleghi.
Però, ecco, se vuoi proprio darmi una mano e facilitare alcuni passaggi cruciali delle mie attività avrei giusto un paio di richieste:

candidati puntuali ai colloqui di lavoro
la scomparsa degli annunci civetta che screditano il lavoro di noi professionisti
l’obbligo di lettura delle offerte di lavoro fino alla fine. E per “fino alla fine” intendo ultima riga compresa
aziende lungimiranti che, oltre al titolo accademico, guardino le potenzialità.

In cambio prometto un po’ di sana autocritica e impegno nel mio lavoro.
Come sempre, grazie per l’ascolto.
Ah, ti allego anche il mio curriculum, sia mai che si dovesse liberare un posto come Elfo aiutante.

Diario di un recruiter [Puntata 2]

Ho sentito dire, ma forse sono solo voci di corridoi, che esistono persone nel mondo che si alzano un’ora e mezza prima rispetto alla tabella di marcia per fare una serie di attività che io definisco “da adulto responsabile”. Si parte con 20 minuti di yoga, poi si piegano i panni puliti, si porta a spasso il cane e infine si fa una colazione sana e bilanciata seduti al tavolo, magari mentre si legge il quotidiano del giorno. Io sono più il tipo di persona che la mattina rimanda la sveglia tre volte, fino a quando non si costringe a rotolare fuori dal letto e a lottare con la lancetta dell’orologio per varcare la soglia dell’ufficio in tempo e a sedersi finalmente alla scrivania.
Una volta arrivata in postazione è lì che premo il tasto play e, un po’ come il mio computer che comincia ad avviare tutti i programmi di lavoro, cominciano ad accendersi anche le mie sinapsi. È il classico momento  di quiete prima della tempesta. Dove ci sei solo tu e il pc. È quello il momento che mi prendo per riordinare le idee.
Quel momento in cui ancora il telefono non squilla, quando ancora devono aggiornarsi le mail e il numero di candidati che potresti aver ricevuto dal giorno prima è ancora in quel fantastico limbo che può andare da 0 a 100 e soprattutto quando ancora non sai quale imprevisti fronteggerai durante la giornata.
È in quel momento che posso stilare una lista dei compiti che idealmente vorrei poter portare a termine durante la giornata, scordandomi per un secondo che nella giornata tipo di un recruiter l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e che quella lista è più che altro un’utopica linea guida che comunque cercherò di portare a termine.
Da lì in avanti tutto comincia a susseguirsi in un vortice di impegni e scadenze: bisogna controllare che tutti i candidati abbiamo confermato gli appuntamenti, rincorrere i ritardatari, assicurarsi di rispondere a tutti coloro che ho contattato su LinkedIn, pubblicare l’annuncio di una nuova offerta sui portale, incontrare il proprio responsabile per capire le caratteristiche e i requisiti di un nuovo profilo da ricercare. Assicurandosi nel mentre di rispettare gli appuntamenti telefonici presi con i candidati.
Poi , in mezzo al turbinio di attività che si susseguono una dopo l’altra, arriva qualcuno che bussa alla porta del tuo ufficio. A volte appare come un salvagente a cui decidi di aggrapparti con tutte le tue forze per non farti trascinare dalla corrente, altre volte invece sotto forma di una sirena che con un canto cerca di portarti via dalle attività in cui sei totalmente coinvolto.
In entrambi i casi è impossibile resistere a quel richiamo: il richiamo della pausa caffè.
Il che è strano per me, considerando che io non  ho mai avuto una passione vera e propria per la bevanda in sé, troppo amara per i miei gusti. E non ho nemmeno mai fatto particolare affidamento sulle proprietà energizzanti dei magici chicchi. In realtà ciò a cui veramente non potrei mai rinunciare durante la giornata lavorativa è tutto ciò che ruota intorno a quel momento.
Il momento della pausa caffè è quello in cui per un momento posso staccare la spina, che si tratti di un minuto o di cinque. Spesso è anche il primo momento della giornata in cui vedo veramente in faccia i miei colleghi che fino ad allora erano presi quanto me dalle loro attività. È il momento in cui condividiamo ciò che abbiamo fatto la sera prima o quali saranno i nostri programma per la settimana. Il momento in cui a volte possiamo anche tirare un sospiro perché purtroppo oggi non riusciamo a trovare un candidato che ci piaccia veramente, così diventa anche un momento di scambio in cui poterci confrontare e aiutare sui problemi che magari un altro recruiter prima di noi ha saputo affrontare. A volte diventa anche semplicemente uno spazio tranquillo in cui rimanere in silenzio a sorseggiare la propria bevanda condividendo per alcuni minuti una pace che sappiamo che da lì a poco terminerà.
E allora dopo aver convenuto che “Sì, in effetti erano meglio le cialde di prima” o “Oggi il caffè non era malaccio” si può prendere un lungo respiro e dopo aver ordinato le idee e rimesso ogni tassello al proprio posto ci si può congedare solitamente con un “Vado a chiamare un candidato, questo mi sembra molto promettente!” oppure un “Io devo cercare altri responsabili commerciali, forse su quel portale troverò qualcuno di valido”.
A quel punto, tornata alla scrivania, la mia lista ideale ha preso una nuova forma.

Forse è veramente merito del caffè o forse no, ma in effetti ti senti pronto ad affrontare la giornata nel bene e nel male.
Anche perché sai che, indipendente da come andrà, anche domani mattina esattamente alla stessa ora tutti si riuniranno davanti a quella piccola macchinetta nera per condividere le avventure e le disavventure di un recruiter.
Ora, scusatemi, ma è proprio l’ora di un caffè.
 
 
 
 
 
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Diario di un Recruiter [Puntata 1]

È mattina, fa freddo e devo ancora scaldare i pensieri con un caffè bollente.
Il tempo è poco. Bevo, mi ustiono, mi vesto e salgo in macchina.
Nei trenta minuti che mi separano dal lavoro penso che anche oggi dovrò inventarmi qualcosa di nuovo per trovare l’introvabile: il candidato ideale.
Ogni azienda è alla ricerca del profilo perfetto ed io non sono in gradi di trovarlo semplicemente perché non esiste. La mia missione è un’altra, devo scovare chi ha le potenzialità per diventare perfetto. E non si parla di una perfezione generica che va bene sempre, ovunque, con tutti e per tutti. No, qui si parla di sfumature, talvolta impercettibili perfino per chi le possiede.
Allora mi metto in moto. Sono passate da poco le nove e in ufficio l’unico rumore percepibile è dato dal battito dei polpastrelli sui tasti. Tutto il resto diventa foschia che lascia spazio alla nitidezza dello schermo. E via con pagine di nomi, di carriere, di Master dai titoli impronunciabili e si inizia con la ricerca.
Questo potrebbe ma… Questo profilo è meglio. Ecco, questo sarebbe perfetto ma no, gli manca quella piccola cosa, ma sai che ti dico? Io lo chiamo lo stesso.
E la mattina passa con i rumori forti, fortissimi, dei miei discorsi in testa che rispettano il religioso silenzio dell’ufficio.
Pausa caffè. I pensieri sono già caldi, ma è sempre meglio non correre il rischio di rallentare le sinapsi. Torno alla mia postazione, accendo il telefono e… niente. Nessuno mi chiama, nessuno mi cerca, vuol dire che non ho lasciato niente in sospeso. Molto bene.
Faccio una bella lista dei profili individuati, preparo un discorso, me lo scrivo, lo rileggo, lo imparo e poi me lo dimentico. Non posso fare una telefonata sempre uguale, o perdo tutte quelle sfumature preziose.
Inizio le chiamate e tra un “non mi interessa, grazie”, “sto già lavorando”, “non ho capito, chi è lei?”, “Ho già Fastweb, la ringrazio lo stesso”, trovo la persona interessata ad approfondire il discorso.
È il decimo che chiamo, ma l’unico con cui non posso sbagliare nulla, nemmeno una sillaba. Indosso il costume di Umberto Eco e gli racconto perché proprio lui, senza avere la certezza che sia davvero il Sacro Graal per il mio cliente.
E lui sapete che mi dice? Che accetta la sfida, che vuole andare avanti. Sorrido un po’, a mezza bocca, perché consapevole di non potermi fermare qui. Devo continuare a cercare, cercare e cercare… Non mi basta la goccia d’acqua nel deserto, io voglio tutto il mare.
Continuo a lavorare mentre la luce da fuori inizia a spegnersi. Mi accorgo di avere ancora tante cose da fare e non avere più il tempo. Priorità. È il momento di tirarle fuori.
Sento tante persone tutti i giorni. Persone non candidati, profili, nomi, numeri… persone e per ognuno di loro ho l’obbligo di dare un responso.
Apro i raccoglitori, guardo l’agenda delle chiamate, leggo gli appunti e mi maledico per non essere una persona precisa e pignola. Alla fine riesco a collegare tutti i passaggi e contatto la mia preziosa materia prima. Qualcuno sarà felice di sentirmi, ad altri dovrò spiegare che per questa volta dobbiamo interrompere il percorso e non saranno per niente contenti.
Sono passate da poco le sei e prima che si spengano gli occhi, arresto il computer e rimetto a posto gli strumenti di lavoro. Guardo il telefono e mentre sto per spegnerlo arriva quell’sms che non mi immaginavo.
Mi sono dimenticato di te. Non ti ho richiamato, non ti ho dato un esito, o ti ho lasciato ad attendere informazioni aggiuntive che non ho più avuto la premura di darti. Cerco di rimediare anche se ho già perso la fiducia dopo averla conquistata con difficoltà.
Oggi è andata così, me ne torno a casa con l’amaro in testa. Domani sarà un altro giorno e magari andrà meglio. L’unica certezza che mi rimane, mentre giro le chiavi e mi preparo a trenta minuti di auto, è che la prossima volta che entrerò in ufficio ci sarà un’altra sfida ad attendermi e poi un’altra e ancora e ancora…Non è mica un lavoro facile, ma non saprei fare altro.
Leggi la puntata 2 del Diario di un Recruiter

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