Riflessioni

La storica rubrica di SCR torna protagonista anche nel nuovo progetto editoriale del gruppo, con i tradizionali momenti di pensiero, condivisione e commento sulle notizie di attualità che, direttamente o indirettamente, toccano il nostro settore. Strapperemo “confidenze” e momenti inediti dalle scrivanie dei team che gestiscono rectuitment, selezioni, consulenze e progetti speciali.

Il paradosso del barista

Il virus e la sua gestione ferrea e assolutista (condivisibile e inevitabile o meno che sia) hanno creato una società di individui soli o chiusi in stretti gruppi di persone legate più da frequenti scambi di saliva che da affetti. Il paradosso devastante è che nel momento in cui avremmo più bisogno di stare assieme, di esorcizzare le paure, di dimenticarci del quotidiano grazie alle amicizie, allo svago, alla socialità, ci ritroviamo sempre più isolati e costretti a sentirci soli. Bombardati da tutte le parti da numeri che non sappiamo interpretare correttamente, notizie allarmanti poi mitigate poi ancora ingigantite, viviamo come in un vortice che tutto risucchia e dal quale ci difendiamo aggrappandoci tenacemente per non scivolare nell’oblio.
Pare che qualcuno abbia tolto all’improvviso il tappo dalla vasca da bagno.
Alcuni hanno forza e posseggono strumenti per rimanere appesi e aspettare che il vortice finisca senza essere completamente risucchiati. Altri invece perdono appigli e finiscono per cadere in quel buco nero dove tutto si mescola, dove la razionalità non è più uno strumento di lucida interpretazione della realtà, dove la paura, che sempre aleggia nell’ombra, la fa da padrone.
È un vortice gigantesco. Un cono d’ombra che pare infinito che ci restituisce il senso della nostra precarietà ma anche il non senso del vivere sospesi nell’attesa che tutto passi. Chi rimane appeso aspettando che il vortice si esaurisca infatti non se la passa certo meglio di chi ha perso appigli. Vive ancorato a certezze incrollabili difendendosi da tutto ciò che gli passa intorno. Schiva le persone che si sono già lasciate andare per evitare di perdere l’ultimo appiglio e cadere anch’esso nel vortice della paura e della rassegnazione. E così, la nostra società si compone di nuove categorie di individui, di quelli arrabbiati e di quelli spaventati, di quelli che non si fidano e di quelli che non sopportano quelli che non si fidano. Ansia, stress, depressione, paura, rabbia, disinvestimento sono alcuni dei più frequenti sintomi di una condizione di totale spaesamento, di perdita di punti di riferimento e di caduta delle certezze. Ciò che è positivo, piacevole, bello, sano, divertente, è considerato pericoloso e questo stravolgimento delle nostre precedenti certezze è devastante. Tutto ci porta a restare immobili, rintanarci come animali spaventati dalla presenza del predatore finché il rumore la fuori non passa, finché non ci sarà silenzio assoluto. Ma questo atteggiamento non è senza conseguenze. Fomenta la passività, porta l’indolenza, la staticità e poi, pian piano alla rassegnazione.

Abbiamo poche e limitate forze per andare controcorrente e continuare a sorridere ed essere felici nonostante tutto. Se immaginiamo che la corsa controcorrente sarà breve, possiamo usarle tutte queste forze e continuare a correre incontro alla serenità. Ma a lungo andare, se siamo nel bel mezzo di una infinita maratona, l’esaurimento delle scorte a disposizione arriva e fa male.
Una volta c’erano i bar, i ristoranti, le palestre, le scuole piene di chiasso e sudore, le feste e le sagre, gli spettacoli, le balere, i circoli, le feste con gli amici. Questa ragnatela delicata che da sempre ci siamo costruiti per sentirci società, per sentirci parte. Ora al centro della ragnatela c’è, per chi ce l’ha, il lavoro e ci sono i colleghi. Il luogo di lavoro è un luogo di ritrovo, fisico o virtuale in cui si respira ancora aria di comunità, in cui si può trovare svago all’assurdità quotidiana e dove si ritrova il senso.
L’impresa, suo malgrado, assume un valore sociale inestimabile.
Si ritrova sulle spalle le persone che la compongono e i loro affetti. Persone che al di fuori di essa si ritrovano ragnatele piene di buchi. Subisce gli effetti della devastazione che c’è e che verrà in termini non solo di mancata presenza ma anche di passione, di spavalderia e di motivazione, di entusiasmo, i veri carburanti del fare.
Il vortice che tutto risucchia non terminerà a breve. Ma c’è una terza alternativa all’aggrapparsi e resistere o al finire per vorticare fino all’oblio. C’è una strada personale e collettiva che può renderci capaci di osservare il turbinare delle cose senza entrarci dentro. Questa strada passa anche dal ristabilire il senso, gestire le emozioni e mantenere fiducia in sé e negli altri.
L’impresa quindi, volente o nolente, è chiamata a diventare nuova comunità, a tessere la sua personale ragnatela che permette il sostegno e il supporto alle persone, che le aiuta a trovare equilibrio. Oggi come non mai, adottare piccole misure per migliorare il benessere sul luogo di lavoro significa fare la differenza, fuori e dentro l’azienda. Ricordarsi di quello che le persone vivono tutti i giorni e agire per fornire supporto nella consapevolezza di quanto importante sia resistere tutti assieme è qualcosa che va oltre l’etica o i valori. È naturalità.
Non è facile. Gli imprenditori non nascono e non si formano per fare questo, ma io non vedo alternative.
Crediti delle foto:
copertina: socialmagazine.it

Il contesto giustamente sfidante

Nessuna forma di masochismo: è innegabile che la maggior parte di noi aspirerebbe a una situazione economica e sociale migliore dell’attuale. Però forse è bene fare di necessità virtù e, quindi, rileggere il periodo che stiamo vivendo con un paio di occhiali colorati, che magari non guasta.
Quando incontriamo persone che non hanno mai affrontato difficoltà, che sono state protette,  sostenute, aiutate, difese anche solo dalla possibilità di incontrare problemi, frustrazioni e doversela cavare, nella maggior parte dei casi, diffidiamo. Diffidiamo, forse anche a torto, della loro capacità di essere proattivi, intraprendenti, perseveranti e fiduciosi nelle proprie risorse e nella propria possibilità di cambiare le cose. Anche quando incontriamo persone che non hanno mai avuto nessun sostegno, che sono state sopraffatte loro malgrado da situazioni più grandi, che si sono arrese all’evidenza di non avere scampo pensiamo le stesse cose.
Quindi una riflessione: il contesto e le opportunità che questo offre modificano sia il nostro personale approccio alla vita e al “sentire” di potercela fare sia il nostro modo di interpretare e valutare gli atteggiamenti degli altri. Non so quanto “scientificamente” sia ben posta  questa riflessione ma nell’ambito del quanto possiamo “tenere botta” (altro concetto poco scientifico) andrebbero valutati anche questi aspetti. Così come andrebbero valutati quando si immaginano interventi formativi o consulenziali in azienda e fuori.
Il contesto lavorativo ma anche sociale in generale deve quindi essere giustamente sfidante. Noi tutti dobbiamo percepire che non è facile ma che è possibile.
Che le opportunità non ti saltano addosso come nell’era dell’oro ma che nemmeno sono talmente poche e nascoste da riservarsi solo a chi ha i giusti agganci per scovarle. Insomma, dopo 10 ore in un bosco senza vedere un fungo, chi non si arrenderebbe all’evidenza che non è aria?
Il benessere e con esso la cieca convinzione che la precarietà del sistema non può toccarci perché sta da un’altra parte del mondo, lontana dalle nostre superpotenze, ci ha spinto forse ad approcciarci all’impegno e alle sfide con più mediocrità di quello che le nostre potenzialità e risorse ci avrebbero consentito di fare. 
Ci ha convinti che ci fosse una linea tracciata, una via sicura e che bastasse seguirla, con poca fantasia. Ovviamente questo non vale per tutti e non vale sempre, ma spesso la tentazione di farci cullare da una situazione con poco fermento ci ha presi. In questi ultimi anni noi lavoratori, imprenditori o collaboratori, ci siamo dovuti per forza di cose mettere in discussione e ne abbiamo tratto in molto casi un bellissimo insegnamento: abbiamo margini di crescita e miglioramento e li avevamo messi in soffitta.
Adesso che finalmente abbiamo capito che il mondo è un’altra cosa da prima, adesso che ci stiamo abituando all’idea di non dare nulla per scontato, adesso che faticosamente cerchiamo di trovare una via di uscita senza continuare a sbattere contro le pareti del flipper, adesso possiamo decidere se cercare di mostrare le nostre individualità attenti al sistema comune in cui viviamo, oppure pensare che tanto non serve. Tutti apprezziamo chi ha saputo affrontare le difficoltà senza pensare che la sua posizione fosse più difficile di quella di altri, chi ha creduto nelle proprie idee e le ha portate avanti. Ciascuno di noi conosce persone di questo tipo che sono arrivate, che stanno arrivando o che continuano con dignità ogni giorno a sfidare il contesto.
Da qui si può partire, da un approccio partecipativo e dalla consapevolezza di avere un ruolo attivo.
Diventa così possibile partecipare alla creazione di una catena positiva che ci dia elementi per pensare che non è facile ma che è possibile.
Ogni attività qualitativa, proattiva e energica che realizziamo è l’origine di una nuova opportunità che qualcuno potrà cogliere e qualcun altro, pur non cogliendola, potrà vedere. Per continuare a pensare che da qualche altra parte un altro fungo c’è e proseguire fiduciosi la nostra personale ricerca.

Siamo nella Fase 3 meno qualcosa

Che ora è?
Ebbene eccoci qui, dove siamo? Ho provato a rispondermi di getto: “siamo nella Fase 2 e qualcosa/nella Fase 3 meno qualcosa”, come se stessi guardando l’ora da in un orologio a muro tanto distante da non vedere bene le tacche dei minuti. Stando alle notizie dei media dovremmo essere nella Fase 2, ultimo periodo, che dovrebbe preparare alla Fase tre, in cui cadranno le restrizioni e si potrà ritornare “alla vita di prima”. Non ci sono andato tanto lontano; quindi ci sono ancora le limitazioni (vedi mascherine e distanziamento sociale) imposte dal lockdown, ma ci si comporta così? Per strada ed in alcuni negozi mi sembra che ci si dimentica di vestire le mascherine, non si usano più i guanti come un tempo, il distanziamento sociale è applicato in maniera arbitrale e sembra essere diminuita la necessità di avere sempre appresso la propria scorta personale di disinfettante.
Ma se volessimo leggere ciò che stato fino a ieri con gli occhi della psicologia sociale, cosa vedremmo? Proviamoci.
Il Covid-19 è passato dall’essere qualcosa di ignoto ad una presenza costante nelle nostre vite.
In prima battuta, con la diffusione delle prime notizie con tanto di immagine, il virus fa la sua comparsa in un ambito prettamente scientifico ancorandosi all’idea di una banale influenza. Ci ricordiamo episodi, rilanciati da servizi sensazionalistici, di aperitivi social da parte di esponenti politici; giovani ragazzi che si definivano immuni per via della loro età e pronti a continuare ad uscire e riunirsi con gli amici. A questo primo momento, con l’aumento dei focolai ed i primi bollettini della protezione civile, si è iniziato a separare l’ambito scientifico da quello sociale, che ha iniziato a diventare più preminente. Il Covid ha iniziato a diventare un oggetto più maneggiabile da tutti passando ad una verbalizzazione che l’ha reso un “nemico invisibile” da cui nessuno è al sicuro; da qui il concetto ha perso i suoi contorni definiti diventando sempre meno incasellabile e aumentando il senso di paura delle persone: di questa fase la reazione di assalto dei supermercati che cercava di lenire i sentimenti primitivi di paura e impotenza: per cui uscire di casa solo per necessità si è trasformato in corsa ai beni di prima necessità (o meno) per avere maggiori chance di sopravvivenza nel caso in cui non saremmo potuti mai più uscire di casa.
Il nemico invisibile, con il passare dei giorni, ha portato le persone a trovarsi e a vivere situazioni simili; molti, attraverso i media ed i social, hanno iniziato a comprendere che i propri sentimenti e le sfide che affrontavano erano condivisi anche da altri; da qui si è generato una certa sensazione di condividere un destino comune e la volontà di combattere insieme uniti, di sentirsi parte del gioco e di voler dimostrare di non tirarsi indietro nel momento del bisogno…ma come fare? Nascono da questi sentimenti i flash mob sul balcone, gli applausi per i medici, gli inni e l’ “andrà tutto bene”.
Ciò conferma la sensazione di appartenere ad un unico gruppo sociale che condivide la stessa sorte comune.
Ci sentivamo come se la nostra nazionale stesse giocando i Mondiali, c’era un sentimento patriottico dilagante. Tuttavia sarebbe bastato girare l’angolo per incontrare la nostra nemesi: l’inerzia sociale. È bastato poco tempo perché le persone che sembravano appartenere ad un unico gruppo, al variare delle condizioni, hanno sentito di doversi impegnare di meno nel rispetto dei propri compiti in quanto il loro contributo è stato via via percepito sempre più inglobato in quello di una comunità/gruppo più o meno grande. Si è assistito così ad una diminuzione dell’aderenza ai comportamenti indicati dal governo, una diminuzione della responsabilità individuale nei confronti del proprio gruppo e collettività con i conseguenti scorciatoie di pensiero (euristiche) adottate: “Non uso mascherine se devo entrare un attimo nel bar per comprare le sigarette”, “Fuori non vale la distanza sociale o l’uso delle mascherine”, “Se esco da solo a fare una passeggiata sono totalmente al sicuro”, eccetera.
Non siamo creati per stare in attesa di una ricompensa/effetto a lungo termine.
Ma quindi cos’è è successo in noi?
Banalizzando si potrebbe dire che non è andato tutto bene, o per meglio specificare i primi risultati del Covid e successivi sono stati caratterizzati da una presa di coscienza di alcuni fatti: ci siamo trovati sempre più da soli in casa, con i nostri pensieri ed ansie per il futuro; il lavoro in smart working non era minimamente strutturato in tal senso, si può parlare di lavoro in quarantena (“quarantena working”) con tutte le difficoltà legate allo svolgimento delle attività, la scarsa organizzazione di strumenti e postazioni per effettuare in casa il proprio lavoro, le difficoltà di riorganizzare un buon bilanciamento tra vita privata e lavorativa; i pochi supporti statali alle famiglie per le attività di cura dei propri figli; la scarsa linearità delle attività per richiedere il sostegno economico per i lavoratori P.IVA; la sperimentazione di periodi di cassa integrazione o non conferma del proprio posto di lavoro al riprendere delle attività delle aziende e l’elenco potrebbe essere lungo.
Da molti osservatori questa esperienza ha accelerato l’insorgenza di disturbi asiosi-depressivi e sindromi post traumatiche, più o meno importanti, che sono stati tamponati dalle linee di supporto psicologico attivate da diverse Regioni e che ha visto concretizzarsi in azioni più durature come la definizione dello psicologo di base, in alcune Regioni italiane. Sembra che sia opinione diffusa, tra gli addetti ai lavori, che nei prossimi mesi si potrà assistere ad una maggiore richiesta di attività di supporto psicologico.

Approfondisci l’argomento leggendo “Ripresa e stress lavoro-correlato: l’importanza della prevenzione”
Cosa avverrà nei prossimi mesi è difficile definirlo; questo è stato un momento di trauma e shock collettivo da cui si ramificano diversi possibili futuri. Siamo stati italiani, panificatori, cross fitter, “quarantena worker”; abbiamo raccolto e compilato autorizzazioni per uscire di casa, abbiamo cantato sul balcone e siamo infine usciti di casa a ballare per strada insieme. Aspetti di quello che siamo come società sono stati visibili in questi mesi, nel bene e nel male. Quanto saremo in grado di gestire/resistere al cambiamento e alle difficoltà si vedrà domani.

La fiducia e l’imperfezione

Siamo tutti clienti e siamo anche tutti fornitori. È importante per ciascuno di noi riflettere sul rapporto con i propri clienti.
Proprio qualche giorno fa in un’aula di formazione ci si confrontava su cosa i clienti si aspettano da noi. Mi ha fatto riflettere la parte del ragionamento che vedeva noi come protagonisti: come vorremmo che i nostri clienti ci percepissero? Cosa ci aspettiamo di provare e vivere ogni volta che ci troviamo di fronte ad un cliente? Ritengo che, al di là delle sfumature, ciò che ci si aspetta sia la costruzione di un rapporto fiduciario col cliente che man a mano diventa più solido. Vorremmo essere percepiti come degni di fiducia perché leali e competenti.
Nell’immaginario però spesso la fiducia nei confronti del cliente si conquista con la perfezione: non è concesso sbagliare perché un errore potrebbe invalidare tutto quanto costruito fino a quel momento. “La perfezione non è di questo mondo”… “solo chi non fa non sbaglia” e via di seguito, sono modi di dire che ben spiegano quanto irrealistica sia questa aspettativa.
Questo modo di intendere la relazione fiduciaria, se da una parte ci spinge a dare sempre il massimo, dall’altra non ci permette di farci conoscere veramente e quindi di farci scegliere per quelli che siamo.
Vorrei provare a individuare alcune distorsioni del nostro comportamento che derivano da questo tentativo di raggiungere una perfezione che non esiste e che possono portarci ancor più lontano proprio da questo irrealistico desiderio.
Per alcuni di noi perfezione nei confronti del cliente significa soddisfacimento di ogni sua necessità. Avere questo punto di riferimento fermo e inamovibile ci mette nelle condizioni di non indagare né quali sono le reali priorità della persona di fronte a noi tra quanto verbalmente ha espresso, né cercare di comprendere tra il non-detto cosa realmente è di interesse per lui. Il nostro essere concentrati sul “fare bella figura” e rispondere di tutte le aspettative non ci permette di ascoltare e comprendere. Una volta detto “sì” a tutto, la frittata è fatta perché molte volte non potremo soddisfare questa aspettativa e, anche quando ci riusciamo, l’ansia di una prestazione al limite dell’impossibile si ripercuote su tutta l’organizzazione non permettendoci di mantenere alte performance nel tempo con lui e con altri clienti.
Per altri di noi, perfezione significa non avere difetti. Ogni cosa che dovremmo essere, siamo. Nessuna organizzazione è esente da difetti o per lo meno da caratterizzazioni che la portano ad essere più forte per certi aspetti e più debole per altri. Quale relazione fiduciaria e sincera si può instaurare quando ci siamo dipinti senza difetti e invece ne abbiamo? E come sarebbe più sincera e vera la relazione se il cliente ci scegliesse anche per i nostri difetti che sono poi le nostre caratteristiche?
Sembra impossibile? Vi faccio un esempio relativo a SCR, così non parlo dei difetti di altri. SCR ha fatto dell’intervento personalizzato, della vicinanza al cliente e della “sartorialità” un punto di forza sia in relazione alla selezione, sia in relazione alla consulenza. Questo la porta ad essere a fianco dell’imprenditore o dei manager ogni volta in modo differente. Questo approccio non è scevro da difetti. Siamo forse più lenti e più difficili da comprendere perché spiegare ciò che facciamo è complicato, dato che non abbiamo un pacchetto di soluzioni ma ragioniamo su una serie di necessità.
Ancora, essere perfetti nei confronti del cliente significa per qualcuno non commettere errori.
In realtà gli errori sono parte del percorso, lo sappiamo.
Ammetterli, assumersi la responsabilità e gestirli è l’unico modo per mantenere la fiducia. Se ci pensiamo clienti, ammettiamolo, notiamo e apprezziamo forse ancor di più quel fornitore che si è prodigato con passione per rimediare ad un errore commesso piuttosto che il fornitore con il quale è andato tutto liscio; certo dipende dall’errore e certo dipende dal fornitore e dalla sua storia di performance e di rapporto con noi.
Insomma, rilassiamoci, manteniamo viva e valorizziamo la nostra umanità, conserviamo un sincero coinvolgimento verso le necessità del cliente e infine godiamoci questa splendida occasione di conoscere persone interessanti che il lavoro tutti i giorni ci regala.

L’imprenditore ai tempi del coronavirus

Mi chiamo Stefania, ho 47 anni sono laureata in Psicologia e sono socia fondatrice di una società che vive di consulenza alle imprese e di selezione del personale e che è composta da 15 persone tra dipendenti e collaboratori.
Non vengo da una famiglia di imprenditori, ho deciso di aprire la mia attività spinta dal mio compagno di allora, attuale padre di mia figlia e amministratore a sua volta di questa società. “Puoi fare di più, puoi creare qualcosa di tuo, puoi esprimerti e misurarti col mercato, puoi dare sfogo alla tua voglia di meritocrazia, a quello che lo sport ti ha insegnato” mi diceva. Ho messo tutta me stessa in questa impresa. Ho anche raggiunto i miei limiti, li ho guardati in faccia e ho cercato collaboratori e soci che potessero portare in azienda ciò che io non potevo portare.
In questo momento straordinario mi confronto come tutti con una profonda sensazione di incertezza, condizione che però conosco bene perché da sempre ha accompagnato le mie scelte. Chi sceglie di essere (non di fare, ma di essere imprenditore) sa che l’incertezza è sempre presente e decide di fare impresa perché vede nell’incertezza la fonte delle possibilità che va cercando.
Si fa impresa per essere domani diversi da ciò che si è oggi.
E quindi, quale migliore momento di questo per un imprenditore? Sicuramente oggi siamo già diversi da ieri e quindi noi imprenditori, estremizzando, siamo, più di altri, vicini alla nostra comfort-zone e dobbiamo quindi dare il nostro contributo. È importante, in questo momento più che in altri, mettere a disposizione della comunità questo modo di essere e di pensare che si traduce nella capacità di incuriosirsi dell’ignoto, di essere stimolati alla creatività ed energici di fronte all’imprevisto.
Sono però obiettiva: dobbiamo distinguere prima di tutto chi è imprenditore da chi semplicemente sceglie di fare impresa. Questi ultimi si riconoscono perché cercano attraverso l’impresa una realizzazione di sé anziché cercare, attraverso di sé, la realizzazione dell’impresa. Per questo, non sanno ridisegnarsi quando il cambiamento in arrivo non pare positivo, favorevole, redditizio e luminoso come si aspettavano: al vacillare quindi dell’intrinseca motivazione, iniziano ad utilizzare la bilancia per capire se conviene o meno resistere. E, sempre per questo, non sono ciò che serve in questo momento.
Una volta individuati gli imprenditori che servono, quelli utili, questi dovrebbero essere chiamati a far parte dei tavoli dove si decidono le strategie per gestire questa situazione, non in quanto portatori di interessi di parte ma in quanto esseri umani con un preciso profilo attitudinale. Allora forse qualcuno chiederebbe a questa categoria di lavoratori: “Secondo voi cosa è possibile fare?”: io immagino che la risposta sarebbe che noi imprenditori non sappiamo come si può fare ad uscire da questa situazione, come tutti, non lo sappiamo proprio. Quello sul quale gli imprenditori possono dare una mano non è “sapere cosa fare” ma immaginare “cosa essere”. L’attitudine all’incerto di questa categoria di lavoratori è utile ad immaginare in maniera creativa come vivere ora questa situazione, come ridisegnare adesso un nuovo modo di lavorare.
Non ci sono molte alternative: le cose sono già diverse ora, la vita è quella che stiamo vivendo, non ci si può mettere in stand by perché sarebbe come frenare con i piedi un treno in corsa.
Inoltre, la testimonianza di chi sceglie l’incerto per mestiere, potrebbe parlare e toccare nel profondo tutti coloro che stanno ad aspettare che qualcuno risolva le cose per loro, per abitudine, per comodità oppure perché non credono nelle loro possibilità di aiutarsi da soli. Perché c’è un immenso bisogno che siano sempre di più le persone con questa nuova sensibilità, con questo profilo, per trovare soluzioni e immaginare di poter essere sereni e se possibile felici e attivi anche ora, nel momento del massimo cambiamento che abbiamo mai sperimentato.

Generalizzazione e Curiosità

Uno fra i primi esami del corso di laurea di Psicologia è quello di Psicologia Generale, dove, tra i tanti argomenti trattati, c’è anche la generalizzazione, un meccanismo che  ha la funzione di “attenuatore di varietà degli elementi/esperienze” allo scopo di semplificarne la gestione. Quando si parla di apprendimento si fa riferimento alla generalizzazione per indicare la capacità a di reagire a stimoli simili in modo simile. La generalizzazione è quindi una caratteristica intrinseca dell’apprendimento che rende possibile categorizzare una novità. Tutto ciò serve a dare stabilità e coerenza al comportamento umano in un contesto molto variabile come quello della vita di ognuno. Ben venga quindi questa nostra capacità di semplificare le nostre percezioni al fine di individuare più velocemente possibili soluzioni riducendo le energie spese.
A distanza di tanti anni dal periodo universitario (ahimè!) qualche giorno fa, persa fra i pensieri, mi sono trovata a pensare a quanto la generalizzazione possa essere altresì pericolosa e quanto sia semplice farne ricorso. Purtroppo da tempo ormai il fenomeno degli sbarchi è sempre più diffuso e il telegiornale ci invia immagini di Persone che disperate fuggono dalla guerra, dalla fame e dalla mancanza di libertà per raggiungere il nostro, e altri, paesi. Queste immagini di uomini, donne e bambini sono strazianti, eppure è sempre più frequente sentire (e non solo al bar) commenti tipo “perché non se stanno a casa loro”, “vengono qui sperando nell’assitenzialismo”, “non hanno voglia di fare niente”, “anche noi dopo la guerra eravamo disperati ma abbiamo ricostruito” eccetera. Insomma fanno tutti così, lasciano il loro paese per venire a vivere alle nostre spalle. Certo perché una madre non vede l’ora di far salire il figlioletto su un barcone, un gommone, stipato di gente, senza cibo, senza acqua, senza bussola, nel nero della notte per fare una traversata, un barcone sul quale noi non saliremmo neanche per fare il river di Mirabilandia.
Come è possibile che così in tanti abbiamo perso la capacità di immedesimarci, di cercare di capire, mettendosi un pochino nei panni nell’altro, quanto dolore c’è dietro a certe scelte per far decidere ad una madre di rischiare la sua vita e quella del suo piccolo pur di andare altrove.
Quanto è semplice generalizzare, renderli tutti pigri e ladri? Quanto questo ci pulisce la coscienza senza che sia neanche più necessario usare la nostra curiosità per cercare di capire cosa succede a poca distanza dal nostro mondo? E ancora quanti messaggi riceviamo del tipo i politici sono tutti ladri, i giovani sono tutti viziati, non si impegnano più per raggiungere qualcosa tanto hanno tutto, non ci sono più valori.
E sempre lasciando vagare la mente, passo da questi aspetti sociali e politici alla mia quotidianità, al mio modo di essere e al mio lavoro.
Quanto io generalizzo? Quante volte non lascio che la curiosità mi faccia faticare un po’ per cogliere qualche sfumatura in più ma mi ancoro al già conosciuto per interpretare il mio mondo?
Io che mi ritengo progressista e aperta lo sono davvero? E dato che il mio mondo è anche il mio lavoro e dato che il mio lavoro è fare la selezione del personale, quanto questa “pigrizia mentale” può essere pericolosa? Quanto può ridurre la mia capacità di capire quel determinato contesto aziendale e quella determinata persona?
Quante volte posso pensare che quell’azienda è una realtà padronale e quindi…
Quante volte posso pensare che a fronte di diversi cambiamenti lavorativi quel candidato…sarà affidabile?
Quante volte un determinato abbigliamento, una determinata provenienza, un determinato percorso formativo mi possono portare a pensare che allora quella Persona sarà così.
Per formazione e per esperienza so che ciascuna organizzazione e ciascuna Persona rappresentano sistemi complessi, non riconducibili a semplificazioni, eppure sono sempre disponibile a fare lo sforzo di non ancorarmi a preconcetti per coglierne la complessità e spesso la bellezza?
Questa riflessione vuole essere semplicemente un’esortazione, prima di tutto a me, a non dare mai niente per scontato, a ricordarsi che per capire una persona, un problema, un’organizzazione, un evento a volte è necessario sospendere il giudizio e mettere un po’ da parte il proprio modo di interpretare il mondo.
È importante ricordarsi che la curiosità è un diritto e un dovere, ricordarci che ascoltare è necessario per capire, che l’ascolto richiede tempo.
Solo così sarà possibile svelare l’altro, coglierne le sfumature, i pregi, il sistema valoriale, i difetti, capire la persona e capire le persone dietro gli eventi.
Guardiamo con curiosità: forse avremo risposte diverse e inaspettate, forse più utili.

Anch’io mi chiedo quale lavoro farò da grande

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.”
Seneca
Come Seneca insegna (e come a me ha insegnato), se non hai ancora trovato una rotta da applicare alla tua vita, le tue scelte e i tuoi obiettivi non avranno una meta alla quale tendere, saranno semplicemente una serie di passi sconclusionati in un cammino che porta a girare in tondo, si rema e si rema ma nessuno grida mai “terra in vista!”.
Mi ritrovai in questa situazione quando iniziai a chiedermi “che lavoro farò da grande? Che voglio fare della mia vita?”, domande che da neo-diplomato cominciarono a farsi piuttosto impellenti. Prima o poi sarei stato costretto a trovare una risposta, che mi piacesse o meno.
Qui, dunque, sorgono i problemi, perché ok che è più importante farsi le domande, ma è anche più complicato trovare le soluzioni ai nostri quesiti, ad alcuni poi non riusciamo proprio a sfuggire, per quanto ci possiamo provare. Personalmente, cerco sempre di partire dal contesto con cui mi trovo a dovermi rapportare, provo ad analizzarlo al meglio delle mie possibilità e mi confronto con le conclusioni che ne ho dedotto.
Giusto perché, in fondo, adoro profondamente complicarmi la vita, la risposta che ho trovato non ha fatto altro che impormi di riformulare la domanda, da “che lavoro farò da grande” a “che lavori farò da grande”.
Esatto, ormai non è più questione di trovarsi una professione da praticare per il resto della nostra vita, il mercato del lavoro ci chiede di riadattarci continuamente alle fluttuazioni dell’offerta, ci presenta il conto della velocità a cui si propagano le informazioni in tutto il mondo e dell’innovazione tecnologica che ce lo ha permesso.
Qui sorge un bel dilemma, perché come l’offerta diventa instabile, anche la domanda, di conseguenza, tende a risultare vacillante e richiede una sempre maggiore flessibilità. Perciò facciamoci un’altra domanda, tanto per affondare il coltello nella piaga: “su quali abilità è più opportuno investire per soddisfare l’offerta attuale?”.
La risposta che reputo migliore è il cosiddetto “soft skills training”, ovvero l’allenamento di quelle abilità necessarie ad apprendere qualsiasi competenza o capacità specifica (le cosiddette “hard skills”) che possiamo essere tenuti a dover imparare per ricoprire una determinata posizione. In numerosi studi è emerso che l’essere in possesso delle soft skills maggiormente richieste dal mercato del lavoro odierno può aiutare sia nel trovare lavoro che nell’avanzare di carriera nella propria attuale posizione. Inoltre, le nuove tecnologie e i repentini cambiamenti organizzativi messi in atto dalle aziende hanno reso sempre più determinante il possesso di soft skills quali, per esempio, le abilità comunicative, la capacità di lavorare in team e il time management, oltre all’empatia e al problem solving.
La logica è che, se le competenze e le capacità specifiche diventano sempre più numerose e complicate, la scelta forse migliore è costruirsi una base solida sulla quale poggiare i pilastri delle nostre abilità tecniche. In questo modo sarà possibile apprendere qualsiasi abilità di ordine superiore in modo più efficiente ed efficace, oltre che ad acquisire delle skills che si concentrano maggiormente sulle proprie qualità e sulle abilità soggettive di ricoprire una determinata posizione lavorativa, fattore determinante per la crescita sia professionale che personale. Così facendo, l’obiettivo è di rispondere alle esigenze delle organizzazioni attraverso figure professionali più funzionali e con caratteristiche di personalità adatte, facendo quindi un matching che potrebbe creare maggiore efficienza e, perché no, anche un maggior benessere nel contesto lavorativo odierno.
Il risultato potrebbe essere: riuscire a soddisfare le proprie aspirazioni e caratteristiche peculiari, creando contesti più armonici e strutturati, persone più felici ed un clima più disteso e collaborativo.
Penso che questa sia la rotta verso la quale dovrebbe essere impostata la bussola di chi assume e di chi viene assunto.
Perciò, dopo essermi dato la mia soluzione, spero che questa possa essere utile al lettore nel darsi la propria, perché siamo tutti diversi nel darci le risposte ma tutti fortunatamente uguali nel porci le domande. In fondo, d’altronde, ciò che più accomuna noi giovani lavoratori gli uni agli altri non sono né le idee, né i valori, né le caratteristiche biologiche, ma la tendenza e la capacità unica … di complicarsi la vita.
 

La reputazione aziendale e i colloqui di selezione

Le aziende in cerca di collaboratori purtroppo troppo spesso non pongono sufficiente attenzione alle modalità con le quali avviano e poi gestiscono i percorsi di selezione (e anche a come operano le società a cui le affidano esternamente).
Gli imprenditori sono ben consapevoli dell’importanza di porsi in maniera positiva verso l’esterno soprattutto nei confronti dei clienti e potenziali tali: investono in marketing, formano il personale, strutturano e formalizzano stili di comunicazione verso l’esterno e poi troppo spesso non considerano che anche incontrare candidati è un momento per parlare e far parlare di sé. Le azienda commettono errori, a volte peccano di presunzione e sufficienza nell’organizzare e gestire i percorsi di selezione.
Ecco una panoramica dei più frequenti errori che possono minare l’immagine aziendale sia nei confronti dei candidati che, in maniera più grave,nei confronti della rete di conoscenze di questi. Le raccontiamo come se fossero testimonianze (spesso lo sono) dei candidati:

Sono arrivato puntuale e mi hanno fatto aspettare 40 minuti nel corridoio senza neanche un posto per sedermi. La persona alla reception non sapeva chi fossi e non mi ha nemmeno offerto un bicchier d’acqua.
Il mio riferimento in azienda era assente, non mi hanno avvertito e mi hanno fatto fare il colloquio con la sua segretaria che non sapeva darmi nessuna delucidazione sul profilo, sul progetto, sull’assunzione. Insomma, una perdita di tempo.
Mi sono seduto e il mio interlocutore ha iniziato a farmi domande senza qualificarsi, senza dirmi quale fosse la sua funzione in azienda e il suo ruolo. Ha incalzato perché evidentemente aveva fretta e non mi sono sentito né ascoltato, né apprezzato. Poi in mezzora di colloquio saremo stati interrotti dal cellulare almeno cinque volte, è stato veramente fastidioso.
È stato un colloquio imbarazzante. 20 anni di esperienza professionale per sentirmi fare delle domande standard da una ragazzina: come mi vedo tra 5 anni e perché l’azienda dovrebbe investire su di me. Ho respirato profondamente e ho dato avvio al colloquio. Miracolosamente ho superato lo step e sono passato al colloquio con il capo il quale mi ha detto che ero stato bravo ma che il giudizio della ragazzina non aveva peso.
Un monologo dell’imprenditore: come siamo belli, come siamo bravi, lavorare qui è un privilegio per pochi; insomma per avere il posto avrei dovuto far finta di essere consapevole di non essere all’altezza di cotanta impresa e poi far capire che avrei scalato le montagne per dimostrare che avrei potuto diventarlo mentre qualcuno da dietro poteva pure tirarmi per i pantaloni ma non avrei mollato! Se dobbiamo fare questa recita…recitiamo.

Dopo mezzora di attesa, arriva finalmente il momento del colloquio e la persona di fronte a me non aveva praticamente letto nemmeno il mio cv. Mi sono sentito preso in giro, mi hanno detto che il mio cv non era in linea, ma non potevano accorgersene prima?
Mi sono candidato come Responsabile amministrativo e mi hanno fatto fare il colloquio con l’impiegata che dovrei poi coordinare.
Arrivo nella filiale, dopo aver superato un colloquio di gruppo fatto nella sede principale situata in una grande città. Davanti mi trovo due persone, la responsabile appena trasferitasi da un’altra regione e il capoarea praticamente steso sulla sedia, molto comodo di sicuro ma poco professionale. Ed ecco arrivare l’investitura, sono stato scelto tra dieci persone. Quando chiedo il motivo non me lo sanno dire, descrivono il ruolo a grandi linee. Ascolto con attenzione ma non riesco a capire molto. Chiedo di potere fare qualche domanda, me lo concedono. A tutte la risposta è più o meno la stessa “ Guardi, questo lo vedrà solo quando inizierà il lavoro”.
Il colloquio è terminato, mi assicurano di farmi sapere qualcosa nel giro di una settimana. Ne passano due, provo a chiamare, la responsabile dell’azienda che avevo incontrato non è in sede. Mi dicono di riprovare. Aspetto un’altra settimana, la chiamo ma nuovamente non la trovo. A questo punto chiedo di potere avere l’indirizzo email, le scrivo. Nessuna risposta. Resto nel limbo (ho già capito che è un No, dirlo?).
Ho fatto 3 colloqui in 3 agenzie di somministrazione diverse prima di scoprire che si trattava sempre della stessa posizione e stessa azienda, ogni volta ricominciando da capo e ricevendo informazioni generiche sulla posizione e sull’azienda. Anche il mio tempo ha un valore!

Sono solo alcuni esempi della mancanza di un iter procedurale formalizzato nella gestione dei percorsi di ricerca e selezione che lasciano “l’amaro in bocca” e comunque la sensazione di una gestione a dir poco non attenta delle risorse umane.
La domanda è: se questo è l’inizio, come sarà il seguito qui dentro? E il passaparola intanto è partito.

Benvenuta siesta

Ci sono certi giorni durante il lungo inverno quando fa freddo o peggio ancora quando tutto è immancabilmente e perennemente grigio in cui mi ritrovo a fantasticare. Nelle mie fantasie non ci sono isole tropicali e mare cristallino ma la sensazione dell’erba fresca sotto i piedi nudi, le lucciole, un bicchier di vino al mare e qualche volta un panorama di collina mentre mangi un piatto di tagliatelle di fronte alla sera che avanza. Sono semplici flashback dell’estate in Romagna. Sono momenti di relax che per tutto l’anno desidero e che poi mi faccio sfuggire così, tra una stanchezza indolente che mi frena nella ricerca di momenti all’aperto dopo il lavoro e la sensazione che uscire di casa significhi perpetrare questa stanchezza il giorno dopo quando invece occorre essere produttivi. E intanto è già luglio.
Mi vanto della fortuna di vivere in una terra che offre ristoro per molti mesi all’anno, molto più di altre e poi, in realtà me la racconto. Aspetto le due settimane di ferie ad Agosto per rilassarmi veramente tanto quanto i milanesi che prendo in giro quando vedo incolonnati sulla A14. Le ore serali, libere dal lavoro, sono momenti in cui troppo spesso penso già al giorno dopo e dove non è possibile staccare perché il tempo è troppo poco.
Ho bisogno di più tempo tutto assieme per rilassarmi veramente, sgonfiare tutto e ed entrare in una dimensione realmente sintonica con me stessa, col mondo, con l’ambiente.
E intanto, nell’attesa di questa concentrazione di tempo, sciupo pillole di equilibrio.
Ci rifletto e ormai se penso alla parola ferie mi cresce l’ansia.
Aspettative alte, attesa interminabile e subito dopo paura di iniziare a sentire che stanno finendo, sensazione di vivere fuori dalla realtà quotidiana in un concentrato di felicità un po’ fittizio che pianifico e organizzo come dentro un parco a tema. Credo che parte della stanchezza che mi coglie a luglio sia determinata dal fatto che si avvicinano le ferie di agosto.
Possibile che il pensiero delle ferie mi faccia sentire più stanca?
Mi sono imposta un nuovo pensiero: accanto alla parola ferie ci metto: la siesta!
La siesta è un breve momento di riposo, non la intendo come “sonno” ma come momento di totale immersione nell’irrazionale che calma il cuore e la mente. E’ una predisposizione d’animo che non necessita di preparazione, di attesa e di pianificazione e non genera aspettative e quindi paure di delusione perché è troppo breve per diventare straordinaria e troppo frequente per generare nostalgia. Oggi non ha funzionato? Domani ci potrò sempre riprovare.

Thinking different, thinking design

Grazie alla collaborazione con il gruppo “Fior di Risorse” circa un anno e mezzo fa ho assistito ad un seminario sul Design Thinking.
“Cos’è il Design Thinking?” direte voi. Ebbene, fino all’anno scorso non avrei saputo rispondere neanche io, sapevo solamente che era una metodologia di pensiero basata sulla creatività utilizzata principalmente dagli architetti e dai creatori di design. Tradotto: ero profondamente curiosa e volevo approfondire. Proprio per questo motivo partecipai al seminario con un certo interesse.
Entrata in aula, mi trovai di fronte un ragazzone italiano vestito come un rapper afro americano che iniziò a raccontarci di come aveva applicato il processo metodologico del Design Thinking per definire un nuovo dispenser per le medicine delle persone anziane. E come l’aveva applicato? Andando in casa degli anziani ed intervistandoli su come usavano le pillole, dove le posavano, come le suddividevano. Non aveva creato un oggetto più bello – come si sarebbe potuto pensare considerando la parola Design – aveva creato un oggetto più utile.
Aveva risposto al bisogno delle persone partendo dalle persone stesse e rivoluzionando il metodo di considerare e valutare il bisogno.
Aveva messo il consumatore (in questo caso gli utenti) al centro per strutturare un prodotto che potesse davvero rispondere alle esigenze, manifeste e non.
Inutile affermare che questo tema ha decisamente solleticato la mia fantasia ed ho voluto approfondire. Volevo capire come il Design Thinking (i cui antenati risalgono al lontano 2001) stava cambiando e come la sua metodologia poteva essere usata per aumentare consapevolezza, coinvolgimento e senso di partecipazione anche in tutte le “pratiche” relative alle risorse umane. Avevo trovato moltissima affinità tra l’ideologia del Design Thinking e la vision che SCR porta avanti da sempre e volevo entrare nella complessità del metodo per comprendere fino a che punto questo concetto poteva essere interessante per noi.
Così io ed il mio team siamo andati ad incontrare molti studiosi che applicano e portano avanti la ricerca sul Design Thinking e abbiamo scoperto che la metodologia si è evoluta negli anni a seconda degli scopi e dei settori in cui veniva utilizzata. Attualmente sono 4 le metodologie più strutturate e utilizzate:

Creative Problem Solving
Il Design Thinking originale, orientato alla risoluzione di un problema in modo creativo. Le sue tecniche facilitano l’innovazione di pensiero con modalità che attengo al pensiero divergente (più comunemente conosciuto come pensiero laterale)

Sprint Execution
Utilizzata prevalentemente in ambito tecnico/informatico, permette di valutare la forza di un prototipo e suggerisce la sua evoluzione per rispondere nel modo migliore al mercato

Creative Confidence
Un ramo del Design Thinking abbastanza recente che, seguendo l’evoluzione del suo tempo, attiene a tutte le modalità di coinvolgimento e creazione di senso a partire dai livelli più operativi. Si basa sul senso empatico, sul mettersi nei panni degli utenti e sulla comprensione che ognuno può trovare un modo più funzionale o soddisfacente di fare il proprio lavoro

Innovation of Meaning
La più giovane metodologia del Design Thinking, ma anche quella più rivoluzionaria (e ovviamente quella che ci ha appassionato di più). Su cosa si basa? Per spiegarlo, dovete pensare a personaggi visionari, come fu Steve Job, che ha rivoluzionato il “significato” dell’uso del telefono cellulare. Non era più solo un cellulare, l’Iphone era qualcos’altro.

In sintesi possiamo dire che la forza del Design Thinking è proprio questa: pensare differente. Aprire la possibilità di trovare nuove modalità e nuovi mercati per oggetti o servizi che adesso non riusciamo a vedere. Alcuni la considerano quasi una nuova filosofia. Ma è proprio questo che ha attratto noi di SCR.
Il cambio di prospettiva è il cardine su cui noi pensiamo e strutturiamo i nostri servizi.
Per noi mettere la persona al centro è il presupposto imprescindibile su cui si modellano i nostri interventi ed è su questa base, e sui nostri continui approfondimenti verso le nuove metodologie come il Design Thinking, che stiamo sviluppando modi e metodi che possano accelerare le varie fasi di coinvolgimento e apprendimento organizzativo.
Muoversi dentro la complessità è per noi indispensabile e, come il Design Thinking, ci proponiamo di affinare le nostre soluzioni di intervento per aumentare la consapevolezza, non focalizzandosi sul problema, ma basandoci sull’affermazione del benessere e sulla qualità dei processi e del vivere bene l’azienda. Un benessere per noi legato ai concetti di prevenzione e di fortificazione della consapevolezza che si possa vivere la propria azienda con grande senso di appartenenza e di coinvolgimento.
Lavorando sui significati tramite la metodologia del Design Thinking e facendo riferimento al nostro background psicologico per individuare le necessità dei nostri clienti, vogliamo perseguire il nostro percorso che ci porterà sempre di più a far riconoscere il valore delle persone al centro. E, perché no, scoprire sempre nuove prospettive.

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