Riflessioni

La storica rubrica di SCR torna protagonista anche nel nuovo progetto editoriale del gruppo, con i tradizionali momenti di pensiero, condivisione e commento sulle notizie di attualità che, direttamente o indirettamente, toccano il nostro settore. Strapperemo “confidenze” e momenti inediti dalle scrivanie dei team che gestiscono rectuitment, selezioni, consulenze e progetti speciali.

L’Imprenditore H24

Non è mica semplice mantenere sempre le stesse performance durante l’anno. E’ necessario, dicono alcuni, è deleterio, dicono altri, ricaricarsi e staccare la spina. Io appartengo alla categoria di chi in vacanza cerca di non essere rintracciato e rincorso dal lavoro e di conseguenza cerca di non essere stalker dei propri collaboratori quando sono in ferie.
In realtà conosco molti imprenditori che non staccano mai la spina. Lo dicono con rammarico, come se la loro azienda non potesse che essere gestita H24, 365 giorni all’anno, ma in realtà sono spaventati dall’idea di non essere indispensabili e forse anche dall’idea di smettere i panni dell’imprenditore e di vestire quelli dell’uomo qualunque.
L’imprenditore H24 è pericoloso. Pensa che tutti dovrebbero essere lavoratori H24, giudica poco affidabili i collaboratori che non sottostanno agli orari più assurdi e non si immolano continuamente e pienamente alla causa.
L’imprenditore H24 non si accorge che il suo interlocutore non è attratto come lui dal problema della gestione degli ordini alle 8 di sera del venerdì prima del ponte del primo giugno….e se se ne accorgesse, non si spiegherebbe il perchè.
L’imprenditore H24 pensa che la quantità di lavoro sia da premiare perché non sa porre obiettivi e non ha stabilito criteri di valutazione sulla qualità di quanto svolto. Per questo si circonda di lavoratori che eseguono e “fanno” tante cose a qualsiasi ora, mentre lui pensa e si rende quindi indispensabile.
L’imprenditore H24 non sa motivare i collaboratori: è scontato che un lavoratore lavori tanto e bene; è pagato per questo, mentre spesso gli errori sono sottolineati, non tollerati né gestiti in maniera formativa e produttiva per il futuro.

L’imprenditore H24 spesso è arrabbiato e quando non lo è, è triste. Pensa che tutto dovrebbe andare diversamente da come va, non si gode i frutti del suo lavoro e confonde la sua frustrazione personale per non riuscire ad essere più felice con i risultati dei suoi uomini e della sua azienda.
Essere imprenditori è molto difficile e spesso assorbe completamente. Infatti, non si dice “faccio” l’imprenditore ma “sono” imprenditore, come se questo ruolo pervadesse tutta la personalità e mettesse tutti gli altri ruoli in secondo piano o li cancellasse.
Questa sensazione di essere “ingabbiati” qualche volta dal ruolo che ricopriamo in azienda e che abbiamo voluto con impegno e perseveranza non è propria solo dall’imprenditore ma di tutti: saper svestire i panni quando sono bagnati e appesantiscono, metterli ad asciugare e nel frattempo fare una bella nuotata dentro ad un altro degli innumerevoli ruoli che abbiamo a disposizione, è una bella e facile contromisura al cronicizzarsi del malcontento.
Impara a gestire i sentimenti negativi e “La Solitudine dell’Imprenditore”
Così come dobbiamo imparare a gestire tutti gli innumerevoli ruoli che abbiamo nel mondo: mamma, papà, figlio, sportivo, amico.. così dobbiamo gestire i nostri ruoli lavorativi affinché non si prendano più dello spazio che vogliamo loro concedere e, soprattutto, affinché non ci tolgano il bene più prezioso: la felicità.

La qualità e l’eccellenza aziendale nei dettagli

Oscar Wilde qualche tempo fa disse:
Non c’è mai una seconda occasione per fare una buona impressione la prima volta.
Come potremmo calare questo celebre aforisma nella complessità del momento storico che le aziende stanno attraversando ora? Qualcuno potrebbe nell’immediato drizzare le orecchie e asserire “Ecco, qua si finisce per guardare solo alle apparenze e la sostanza non è importante”. Diciamo che chi ad ogni titolo oggi opera in azienda o spera di lavorarvi, non può non considerare questo. Ma proviamo a vedere qualche esempio.
Il candidato che desidera ottenere il posto di lavoro: in fase di colloquio sarà sicuramente importante per lui/lei sapere raccontare in modo esaustivo il proprio percorso professionale, le proprie competenze, ma altrettanto importante sarà curare quei veloci istanti nel presentarsi nei quali inevitabilmente qualcosa passerà di lui/lei al selezionatore attraverso non soltanto l’abbigliamento, ma anche il modo di porsi, di stringere la mano solo per fare alcuni esempi.
Approfondisci come fare una buona impressione al colloquio di lavoro
La receptionist che accoglie il fornitore/cliente. Magari l’azienda ha investito molto per avere un sito all’avanguardia, per una campagna marketing innovativa ed eccoci aprire quella porta e davanti ritrovarci un mobilio dal design all’ultimo grido, il tavolino con le riviste di settore, le piante curate, un ottimo profumo nell’ambiente. Dopo qualche metro su di un pavimento scintillante arriviamo alla reception e ci troviamo davanti una persona che con fare indaffarato ad un certo punto alza lo sguardo e con un’espressione monolitica ci dice : “Prego”. Sicuramente questo sarà solo uno dei piccoli particolari, ma che comunque desterà la nostra attenzione e sul quale ci faremo un’idea dell’azienda.
E al telefono? Quanto conta la prima impressione? Tutto passa solo dalla voce, dal tono che si utilizza e dalle cose che si dicono. Non vediamo l’interlocutore e tutto è ancora più veloce e spietato.
Il candidato che ha inviato ormai moltissimi curricula. Squilla il telefono, risponde e con fare supponente dice “ Sa ne ho inviati talmente tanti che non ricordo proprio di quale posizione si tratti”. Certamente il momento non è dei più semplici, ma cosa potrebbe pensare secondo voi un selezionatore sia dal tono usato, che dalle parole dette?
E l’azienda? Andiamo per fasi. Ormai siamo lontani per fortuna dal nostro familiarissimo e tradizionale “pronto” che ci ha accompagnato dal dopoguerra fino a quasi i giorni nostri. Si è soliti utilizzare la formula “Pincopallo (nome azienda) Buongiorno (“sono Maria” presentarsi è a discrezione della “mission”, si usa così dire in azienda). Sul contenuto potremmo quindi dire di avere fatto progressi ma sul tono? Alle volte quelle due parole risuonano di “Sto facendo altro, proprio ora dovevi chiamare?”, “Sono un filtro spietato e chiunque tu sia preparati”, “Sarà l’ennesimo rompiscatole”.
La prossima volta mentre chiamate qualcuno provate ad immaginare l’espressione che sta facendo mentre vi risponde, scommetto che in soli pochi casi potreste affermare che sorride.
Certo non è questo che cambia il mondo, ma che crea una buona prima impressione dell’azienda anche.
Gli esempi fatti desiderano farci riflettere su come per le nostre aziende e per tutti i professionisti che vi operano, nell’ottica di stare sul mercato, di crescere e potere così continuare ad investire, sia importante tenere in considerazione e curare anche quei dettagli che possono contribuire a valorizzare davvero i nostri prodotti/servizi, rendendoli non solo qualitativi, ma anche un po’ “speciali”.

Cultura aziendale e pregiudizio

La cronaca di questi giorni spinge tutti noi a fare delle riflessioni su quanto anche il nostro ruolo di lavoratori, genitori, amici, familiari, imprenditori e dunque di individui possa essere importante nel gestire una certa “cultura” che fonda le sue radici sui pregiudizi, che poi generano comportamenti di devianza come appunto i recenti fatti di Fermo o della strage di Dallas.
Partiamo dai concetti che stanno alla base di determinati tipi di comportamento: lo stereotipo e il pregiudizio.  Alla base del pregiudizio c’è sempre uno stereotipo che per la psicologia sociale è la credenza o a un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone; gli stereotipi assomigliano molto dunque a degli schemi mentali in base ai quali chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria.
La connotazione negativa di questa credenza è il pregiudizio e, pertanto, ritornando alla psicologia sociale, è l’opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni. Tale opinione ha la tendenza a modificare il comportamento, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui le ipotesi formulate sulla base dei pregiudizi si verifichino (vedi la teoria delle profezie che si autoavverrano) oppure di volgere uno “sguardo selettivo” alle persone cercando solo le caratteristiche che giustifichino il pregiudizio.
Noi tutti siamo sottoposti a questi tipi di condizionamento che possono venire da ogni micro realtà che viviamo, anche quella lavorativa.
Le aziende sono delle realtà che nel corso degli anni grazie all’idea di imprenditori si sviluppano e si ramificano, prendono forma non solo nella loro realizzazione pratica delle varie aree (produzione, acquisti, amministrazione, commerciale ecc.) ma costruiscono anche una loro “cultura”. Quante volte capita di sentire come deve essere il candidato “ideale” e tante volte quell’“ideale” non necessariamente corrisponde solo a specifiche competenze tecniche o caratteriali, deve avere anche dei requisiti di fondo che toccano la sfera culturale della persona: luogo di nascita, religione e perché no l’orientamento sessuale. L’incontro con le aziende, che poi è bene precisare sono fatte da persone, ci pone prima di tutto in una modalità di ascolto per capire quale sia il tipo di cultura aziendale presente in quel contesto. Compresa la cultura, cosa si fa? È il nostro compito cambiare le opinioni e credenze o è meglio lasciar stare e trovare il candidato “ideale” per quel contesto?
Noi riteniamo che il lavoro di un Selezionatore non si fermi solo nel cercare questo ipotetico “ideale” ma che per favorire i nostri clienti sia opportuno, a piccoli passi, far comprendere che dei cambiamenti sono necessari ma anche utili.
Lavoriamo per portare nuove competenze alle aziende ed anche nuovi modi di essere che possano compenetrarsi con la cultura d’azienda e renderla più efficace ed efficiente.
Rispettare, integrare e motivare, questi sono i nostri principi, al di fuori di preconcetti e di assunti errati. Portare il nuovo significa anche fare in modo che il nuovo venga compreso ed ascoltato per la sua unicità e non per stereotipi massificati.
Crediamo che questo possa contribuire a rendere non solo il nostro lavoro più efficace ma che racconti anche della struttura valoriale che proponiamo ai nostri clienti per i quali vogliamo da sempre il meglio.

Let it go: l’unica strada percorribile?

Chi ha un perché abbastanza forte può superare qualsiasi come”(F. Nietzsche)
Questa è solo una delle tante citazioni che si possono trovare sul tema del successo e dell’impegno. I giornali, i programmi televisivi, i film, tutto ciò che il senso comune ci suggerisce di ascoltare, mostra il successo come l’aspirazione massima che si vuole ottenere. Arrivare all’apice è tutto ciò che dobbiamo agognare nella vita, mentre il fallire, l’inciampare anche solo una volta può danneggiare per sempre una carriera costruita con fatica. Le persone che sbagliano ci indicano tutto ciò che non dobbiamo fare nella vita e ci fanno sentire meglio per la nostra condizione attuale.
Di conseguenza, istruiamo i nostri figli ad inseguire i propri sogni e insegniamo loro che, impegnandosi, ogni obiettivo è raggiungibile nella vita, ma anche che fallire è possibile. Chi insegna dovrebbe affrontare questo tema: prima o poi nella vita le cose non andranno come programmate e, forse, per quanto impegno ci si possa mettere, non è sempre detto che gli scopi verranno raggiunti.
Fallire è dunque una possibilità, ma questo non dovrebbe pregiudicare ciò che siamo e ciò che siamo capaci di fare.
Tutti noi ci troveremo di fronte  un muro, nella vita lavorativa o quella personale e ci saranno delle volte in cui, per quanto ci si provi o per quanto lo si prenda a pugni, il muro resta lì, semplicemente perché non ci puoi fare nulla. Non dipende da noi, non è in nostro potere abbattere quel muro. Tutto ciò che si potrà ottenere sarà solo molta più rabbia e tutte le attenzioni e gli sforzi saranno focalizzati solo su di esso, tanto da farci distogliere lo sguardo da tutti gli altri muri che abbiamo già abbattuto. Allora cosa fare?
Ci sono aspetti della vita che non siamo in grado di cambiare o di controllare.
Non possiamo controllare ciò che faranno gli altri, non possiamo controllare le situazioni che sono fuori dal nostro diretto controllo, ed è per tale motivo che quando ci si trova davanti a quel tipo di muro, tutto ciò che si può fare, è cambiare il modo in cui questo ci fa sentire.
Approfondisci il tema: “La persistenza del cambiamento”
L’unica cosa su cui veramente possiamo andare ad agire è noi stessi, il nostro modo di percepire, di pensare o le cose su cui vogliamo concentrare le nostre energie. Queste sono senza alcun dubbio le cose che possiamo controllare.
Quindi quando ci si trova davanti a quel muro magari invece di concentrare tutti i nostri sforzi per tempi infiniti con lo scopo di abbatterlo, potremmo semplicemente lasciar andare pensando:
“Va bene questa strada al momento è così, non c’è nulla che io possa fare a riguardo. Vediamo che altro posso fare”. Allora forse noteremmo che proprio lì accanto al muro per tutto quel tempo c’era un’altra strada, magari in salita, magari più lunga, ma forse più percorribile.
Probabilmente molti di voi penseranno che questo ragionamento è solo un altro modo per dire di scegliere la via più semplice, quella senza problemi, come se scegliendola ci si arrendesse davanti alla prima difficoltà incontrata.
Al contrario, per raggiungere i propri obiettivi è necessario scegliere verso quali ostacoli investire gli sforzi e per fare ciò è essenziale prima di tutto capire che incaponirsi su qualcosa che non dipende dal nostro diretto controllo non costituisce altro che una perdita di tempo e di energie che può rallentare significativamente il nostro percorso.
So, let it go.

Comprendere le proprie capacità per fare un lavoro che ci piace

Nella ricerca di lavoro, per chi inizia, ma anche per chi ha voglia di fare “altro”, potrebbe essere utile chiedersi se c’è qualcosa in cui si è davvero bravi. Quali sono le nostre competenze e abilità?

È, tuttavia, difficile porsi tale domanda, in quanto siamo abituati a fare un ragionamento inverso: “Cosa cerca il mercato del lavoro? In cosa mi devo formare per trovare lavoro?”.

Così anche la scelta del percorso di studi spesso segue questa dinamica: ma è davvero questa la strada giusta?

Sapere che siamo bravi a fare qualcosa ci aiuta ad accettare il fatto di non essere per niente bravi a fare molte altre cose e questo potrebbe essere un punto di partenza per escludere diverse attività o ruoli lavorativi.

Il Blog Business Insider  afferma che gli esseri umani fanno fatica a riconoscere le proprie capacità come tali  e suggerisce un esercizio utile per riconoscere le proprie capacità:

Scrivere tutto quello che si sa fare su un foglio, compreso ciò che sembra irrilevante, non è detto che per tutti sia facile.Analizzare l’elenco e cercare gli schemi (alcune capacità possono essere connesse) e poi raggrupparle in: cose che ti piace fare, cose per le quali potresti farti pagare, cose che vuoi saper fare meglio, cose che non fai più da molto tempo ma che vorresti riprendere.

A questo punto se le capacità elencante coincidono con il vostro lavoro, allora si può dire che siete sulla buona strada; se al contrario non coincidono, allora iniziate a riflettere.

Il Blog Business Insider, aggiunge che, se non vi è venuto in mente proprio nessuna capacità, allora chiamate qualcuno che vi conosce bene, un amico, un familiare o anche un collega: loro più di voi potranno dirvi cose a cui neppure avete pensato.

Trasformare quel si sa fare e ci piace in un lavoro è il primo passo per essere soddisfatti, ma anche capire cosa approfondire o studiare lo è.

Infine, per chi lavora e non ha possibilità di sperimentarsi, può buttarsi in esperienze di volontariato: da un lato partecipiamo a un progetto in cui crediamo e dall’altro capiamo anche la strada da percorrere in un mercato lavorativo sempre più complesso e specialistico.

Una piccola storia personale di donna

“Una lunga storia: il sole, i lampi, il tuono
Su nel cielo, e sotto, sulla terra, i falò, i salti in aria,
le danze circolari, il segno, la scrittura.
Poi, all’improvviso uno uscì dal cerchio: Si mise a correre dritto e
Intanto che correva, quasi sempre dritto
Sembrò libero”
(Il cielo sopra Berlino, W. Wenders)
 
Questa è una storia personale, è la mia piccola storia di donna che guarda alla sua vita professionale con una sorta di sguardo curioso, dove quello che ha imparato ed acquisito si mescola con l’infinita voglia di scoprire sempre più, di leggere, approfondire, curiosare.
Gli universi complessi mi affascinano, le persone lo sono, per questo ho scelto questo lavoro.
Fatico molto per poter avere soddisfazioni e sentire che posso lasciare un segno positivo, una traccia evolutiva con chi mi relaziono.
Se sposto lo sguardo indietro rivedo mia madre, un’altra donna, adesso non più su questa terra, che affrontava la vita con coraggio e modernità: era stata una giovane assistente sociale che si muoveva in un territorio complesso e con i suoi occhi chiari e la sua forte determinazione portava consigli e luce ovunque andasse.
Mia madre ha segnato la strada del mio percorso: il lavoro fatica e gioia, il gusto di affiancare, supportare, consigliare.
Se guardo avanti vedo mia figlia, il dono più prezioso della mia vita, un’altra futura donna.
Cosa rimarrà a lei di questa madre che viaggia spesso, che lavora lunghe ore al giorno, che a volte arriva stanca, ma non lesina mai baci e abbracci, leggere una storia insieme, condividere le vicende di una giornata.
Mamma sai che ho aiutato i miei amici a fare pace? Mamma perché non riesci a stare con me oggi?
Come un equilibrista tra lavoro, figli, famiglia e affetti. Sento che la storia di una donna che lavora, che porta avanti progetti, che gestisce attenta famiglia e figli, sia da proteggere e supportare il più possibile, non da giudicare o, ancor peggio, biasimare.
Uno spazio importante, in questa storia di donne, lo devo lasciare ad un uomo: mio marito. Senza il suo contributo e supporto questa avventura non sarebbe possibile.

Cambiare lavoro, che paura

La mia professione ti porta ad incontrare tante persone con differenti profili, ambizioni e motivazioni.

Oggi mi è capitato di incontrare a colloquio
una persona con caratteristiche “antiche”, quasi fuori moda.

L’ho incontrata per una selezione che sto gestendo per un’azienda molto conosciuta del territorio che è ambita, apprezzata anche nelle sue peculiarità: ambiente di lavoro sereno, contesto familiare ma manageriale, rispetto e correttezza nelle relazioni interne ed esterne, trend di crescita costante in Italia e all’estero.

L’azienda inoltre è vicinissima alla sua
abitazione.

Lui sta lavorando nello stesso contesto da dodici anni, contesto in forte crisi che ha perso quasi un terzo della popolazione aziendale e che sta affrontando un concordato.

Vista così, ho fatto bingo!

E invece no. I legami che in questi dodici anni si sono creati all’interno della sua azienda, la sensazione di appartenere a una famiglia, lo fanno titubare molto.

Non avrebbe nessun dubbio nel passare nella nuova realtà se fosse disoccupato,  la conosce e ritiene sia un’occasione forse irripetibile, ma lasciare la sua azienda essendo l’unico riferimento della sua area, lo sente come un tradimento, come abbandonare troppo presto la barca che affonda.

È combattuto e titubante. Ci siamo lasciati con un weekend di riflessione e l’impegno di risentirci il lunedì e capire cosa prenderà il sopravvento.

Se vogliamo analizzare in maniera
completamente oggettiva, dietro a questa titubanza ci sta altro: una personalità
con una bassissima propensione al rischio? Con una necessità molto forte di
relazioni stabili e non giudicative? Che è spaventata dall’incerto e dal dover
rimettere mano alla propria competenza?

Approfondisci l’argomento leggendo l’articolo “Bisogna accettare la sfida”

Sicuramente si, ma io voglio mettermi anche un paio d’occhiali romantici. Mi ha colpito la sincerità con la quale mi ha espresso i suoi dubbi legati alla volontà di non abbandonare i colleghi, “se me ne vado, come fanno?” , la sua disponibilità anche a cambiare in parte il suo ruolo per sopperire ad una recente dimissione senza il minimo problema, senza risentimento, assumendo compiti nuovi e diversi dalla sua esperienza.

Le persone timide, quelle che non emergono, che non chiedono ma si prestano, spesso non vengono abbastanza valorizzate.

Sono però la struttura, la stabilità e l’impalcatura delle organizzazioni. Il loro ruolo è fondamentale. Oggi me ne sono ricordata. Anche solo per questo, ringrazio questa persona che mi ha accompagnato in un sabato mattina lavorativo, che lunedì mi comunichi di voler andare avanti oppure no…

Riflessioni di una Selezionatrice: Colloquio via Skype … Si o No?

Riceviamo sempre più spesso la richiesta di effettuare il colloquio di selezione tramite skype, strumento che senz’altro riduce i problemi logistici che sempre più frequentemente si possono incontrare.

Fare un viaggio di 3/4 ore per raggiungere la sede della società di selezione, o dell’azienda, significa investire un’intera giornata per fare un colloquio, quando poi ci si trova da una parte all’altra dell’Italia, o in un’altra nazione, Skype può rappresentare senz’altro una soluzione che consente di “conoscersi” quando altrimenti sarebbe impossibile farlo, se non a fronte di un costo, in termini di tempo e di denaro, difficilmente sostenibile.

Rimango però a volte stupita della generale tendenza ad attribuire lo stesso valore ad un colloquio effettuato vis a vis rispetto ad un colloquio effettuato via skype, cosa che comporta la richiesta di poter utilizzare questa modalità anche a fronte di distanze “umanamente” percorribili.

Come ogni occasione di incontro il colloquio via skype può essere gestito nelle più svariate maniere e con modalità che finiscono inevitabilmente per raccontare qualcosa di noi al nostro interlocutore. Nel corso della mia storia professionale mi sono capitate alcune situazioni che mi hanno particolarmente stupito:

il candidato utilizza il cellulare così che può liberamente passeggiare in centro nella pausa pranzo, suoni, rumori e un discreto movimento ondulatorio accompagnano il colloquionel corso del colloquio il candidato si accende una sigaretta… in effetti a chi da fastidio, centinaia di km ci separano!Non potendo lasciare il posto di lavoro il candidato decide di nascondersi in bagno… certo che deve sussurrare per non attirare l’attenzione dei colleghi o del suo responsabilePer condividere l’esperienza il candidato/a sceglie di effettuare il colloquio in cucina, con la moglie o il marito che nel frattempo sfornella e i bambini che ogni tanto compiano ai lati del monitorCandidato in casa, tardo pomeriggio. Perché non approfittarne per mettersi in pigiama?Il candidato sceglie come luogo per il colloquio l’auto, sollevando dubbi su una possibile relazione clandestina!

Al di là di queste particolari situazioni che impongono a chi deve gestire il percorso selettivo di chiedere un nuovo appuntamento, possibilmente in un contesto adeguato, o capire che l’interesse della persona nei confronti della posizione offerta non sia altissimo, credo sia opportuno da una parte capire il perché arrivi sempre più frequentemente questa richiesta e perché, d’altra parte, chi fa selezione cerchi, quando possibile di incontrare la persona.

Negli ultimi anni si stanno provando soluzioni informatiche e strumenti che sembrano voler ridurre la componente umana del percorso selettivo. Un software o un test sembra possano sostituire il selezionatore … se questo è il messaggio che arriva a chi deve sostenere un colloquio diventa legittima la richiesta di non fare troppa strada!

Molto spesso mi capita di confrontarmi con candidati che hanno fatto lunghi viaggi per sostenere un colloquio della durata di 20 minuti, di non aver trovato spazio per raccontare il proprio percorso professionale o poter spiegare il perché del proprio interesse nei confronti di quella posizione o di quel contesto lavorativo … per sentirsi dire “le faremo sapere” e spesso non sapere niente.

Recentemente ho incontrato un candidato che mi aveva richiesto la possibilità di fare un colloquio via skype, a cui avevo frettolosamente risposto, anche seccata dall’aver vissuto recenti episodi come quelli citati, che non era possibile. A quel punto al candidato non è rimasta altra possibilità, se voleva partecipare al percorso selettivo, di presentarsi in sede.

Il nostro colloquio è durato circa due ore, la persona ha avuto modo di raccontarsi, di spiegarmi il suo modo di interpretare il ruolo che stava ricoprendo, i suoi interessi e le sue aspettative … tant’è che a un certo punto gli ho chiesto il motivo per cui aveva proposto il colloquio via skype.

Mi ha raccontato che nelle sue ultime esperienze il colloquio si era limitato a una serie di domande: fai questo o fai quello? Coordini delle persone? Il candidato non riusciva a capire come il selezionatore potesse da lì dedurre se sapeva veramente fare una cosa e come fosse di in grado, dato che già lo faceva, di gestire un team di lavoro. Come non dargli ragione?

D’altra parte rimane vero che anche se ben gestito, e quindi con serietà da entrambe le parti, il colloquio via skype rende più difficile il fluire della comunicazione, lo stabilirsi di una relazione, il cogliere alcune sfumature nell’approccio relazionale del proprio interlocutore.

Mi capita raramente di prendere una posizione del tipo bianco o nero, quindi ben venga il colloquio via skype quando l’incontro di persona risulta troppo difficile o pressoché impossibile, mentre scrivo mi vengono in mente diversi colloqui fatti con persone che si trovavano in un altro continente!

Ricordiamoci sempre però che le persone e i percorsi professionali e personali hanno mille sfaccettature, che gestire un colloquio di selezione significa porre attenzione all’individualità, significa approfondire, comprendere e verificare prima di poter valutare. Il colloquio rimane il contesto principale in cui i vari elementi raccolti da diverse tipologie di strumenti che si sono utilizzati (questionari, test di personalità, attitudinali …) si completano tra loro. Rimane il momento in cui si chiariscono le motivazioni delle scelte formative e professionali, si capiscono le aspettative e le motivazioni ….

Skype si o Skype no? A ciascuno le proprie valutazioni.

A proposito… ricordate questo famoso colloquio via Skype?

Riflessioni di una Selezionatrice: credere nel cambiamento, l’azienda e il carcere a confronto

L’altra sera ho visto in tv un interessante reportage sulle carceri norvegesi. A partire da una scelta culturale prima ancora che politica, la Norvegia in 10 anni ha trasformato un sistema carcerario tra i più inefficienti a un modello di recupero con percentuali di recidiva da parte di chi esce dal carcere inferiori al 20% contro, per esempio, il nostro poco lusinghiero 70%.
Ma come ci sono riusciti? Hanno inasprito il carcere talmente tanto da spingere i carcerati a redimersi pur di non rientrare?? Al contrario, ovviamente.
Hanno creato carceri supermoderne, alcune anche senza sbarre e senza cancelli, con stanze singole, ampie e con tv, con la possibilità per i carcerati di lavorare e studiare veramente per conseguire titoli anche importanti.
Hanno inoltre istituito scuole di formazione biennali intensive per guardie carcerarie alle quali insegnare elementi di psicologia, gestione delle negoziazioni e dei conflitti e anche con attività pratiche di simulazione di eventi difficili da gestire ai quali sapere come rispondere anche emotivamente.

Tutto questo sistema, gestito da direttori e direttrici allineati ai nuovi riferimenti culturali, fermamente convinti del valore della pena come recupero e della necessità di allontanare dalle carceri il concetto di vendetta come punto di riferimento nel valutare comportamenti e condizioni umane offerte ai carcerati.
Vi chiederete, cosa c’entra tutto ciò con il mondo del lavoro. Poco in realtà. Ma ho riflettuto su alcuni parallelismi tra questo intervento entro una comunità e gli interventi che si possono fare in azienda.
Quando i casi appaiono disperati: “solo nella nostra azienda capitano cose così…”, quando le situazioni relazionali paiono tese e irrecuperabili, penso a quanto si è riusciti a fare nelle carceri norvegesi.
Una strategia precisa e ben comunicata dentro e fuori dal carcere, riferimenti teorici certi e saldi corroborati da dati: le carceri più dure e le situazioni più umilianti peggiorano notevolmente la recidiva, sono la base di partenza del cambiamento e l’imprescindibile riferimento.
Formazione, investimenti in strutture, nuove modalità di lavoro e nuove modalità di valorizzare l’altro e stimolare la motivazione al cambiamento e al miglioramento, hanno fatto il resto.
E se può cambiare una comunità così chiusa, estrema, potenzialmente conflittuale dove non si sta per scelta e regna la più dura delle sovrane ovvero la privazione della libertà, figuriamoci in altre comunità!
E allora chi a qualsiasi titolo dentro un’azienda è chiamato a produrre cambiamenti sostanziali, deve sincerarsi della presenza di una chiara vision e di una presa di decisione forte. Tutto ciò ancor prima di progettare e mettere in atto interventi finalizzati a cambiare il sistema nel suo insieme. Il cambiamento sistematico avviato se così sostenuto infine, influenzerà il comportamento del singolo il quale, a sua volta, sosterrà e darà sempre più forza al nuovo sistema. I comportamenti dei singoli produrranno poi cambiamenti nelle opinioni, credenze e pregiudizi creando un volano inarrestabile ma sempre da sostenere e curare come un fiore delicato.
Difficile, lungo e a volte lento questo percorso. Ma le realtà cambiano comunque, se guardiamo a ritroso vediamo che tutte le nostre aziende non sono più quello che erano dieci anni fa. Tutto sta nel decidere se vogliamo influenzare il “come saremo” tra altri 10 anni o aspettare che passino per vedere cosa sarà successo di noi.
Un corso di formazione manageriale pensato anche per il Cambiamento
Ne parliamo da un po’: si tratta del corso di formazione manageriale SCR, ideato insieme a FederManager e RetePMI, iniziato a gennaio.
L’edizione 2019 è strutturata in singoli moduli, che possono essere acquistati insieme oppure separatamente, per crearsi un percorso personalizzato secondo esigenze e desideri, ecco perchè è ancora possibile richiedere informazioni e aderire all’iniziativa, in particolar riferimento per la data del secondo modulo.
Riepiloghiamo, quindi, il programma che ci aspetta:

Modulo 2: La comunicazione in azienda
19/02/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Relatori: Dr. Even Mattioli, Dr. Mario Longavita
Modulo 3: La definizione dei ruoli aziendali
19/03/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Relatori: Dr. Mario Longavita, Dr.ssa Marinella Maccarrone
Modulo 4: Individuare e valutare i talenti
16/04/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Relatori: Dr.ssa Stefania Suzzi, Dr.ssa Elisa Fossi
Modulo 5: La gestione del cambiamento e dell’errore 
21/05/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Relatori: Dr.ssa Marinella Maccarrone, Dr. Mario Longavita
Modulo 6: Valorizzare il capitale umano
05/06/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Relatori: Dr.ssa Marinella Maccarrone, Dr. Mario Longavita
Modulo 7: La solitudine dell’imprenditore e del manager
19/06/19, dalle ore 9.00 alle 16.00
Dr.ssa Marinella Maccarrone, Dr. Even Mattioli

Per conoscere le modalità di partecipazione e fare domanda di iscrizione, inviare un’email a: 
 info@scrconsulenza.it
o, in alternativa, compilare questo form:

 
Approfondisci l’argomento: “Crescere insieme è una bella impresa”

Riflessioni di una Consulente: bisogna accettare la sfida

Ieri sera ho visto MasterChef. La trama alle volte è diabolicamente costruita. I poveri partecipanti dovevano scegliere tra una mistery box in vetro, chiamata SAFETY, dove erano visibili gli ingredienti con cui avrebbero dovuto cucinare ed una in legno, con sopra indicato RISK.
Come ovvio, alcuni hanno scelto l’una e altri l’altra. Solo dopo la scelta, i perfidi giudici hanno espresso il loro unanime parere ovvero che, al di là di tutto, avrebbero preferito chi avesse scelto la mistery box RISK, perché in cucina occorre osare, volare, rischiare.
Mi ha colpito a quel punto una timida, ma determinata candidata che, per difendere la sua scelta “sicura” e il suo piatto, ha espresso un pensiero che ritengo interessante: anche a scegliere di star cauti, di fare con quel che si ha, di apparire mediocri e non spavaldi, si corre e si accetta un rischio.
E la sfida la si vince sul risultato e non sull’approccio più o meno spavaldo.
Ad onor di cronaca, il suo piatto è stato tra i tre migliori e l’unico della categoria dei SAFETY.
 

Perché scrivo e rifletto su questo? Perché
trovo molte similitudini con il momento delicatissimo della fase finale di un percorso di selezione, quando il candidato e l’azienda devono stringere, passare dal pensiero all’azione e decidere se le strade devono diventare comuni.
In quel momento lì, anche se come consulente ho preparato l’avvicinarsi del momento, improvvisamente le “antenne si drizzano”. Tutte le parti in gioco diventano sensibili ai segnali deboli e cercano di immaginare come evolve la trattativa o come sarà il loro futuro professionale una volta apposta la firma.
C’è un rischio, questo è sicuro: attutito, si spera, dall’intervento precedente del consulente che ha avvicinato le parti, ma comunque c’è o viene percepito. Un’area di incertezza per cui i comportamenti dell’altro vengono tutti letti in un’ottica di previsione del comportamento futuro o di quanto la controparte è effettivamente sicura di voler accettare la sfida.
A volte, però, si corre il rischio di confondere la sicurezza con la spavalderia, di non mettersi nei panni  dell’altro, per cercare di capire come, sia l’azienda che il potenziale candidato, vivono il momento in maniera complessiva.
In un caso, quello dell’azienda, la scelta si inserisce nel più ampio e complesso sistema di relazioni interno, l’importanza della scelta e l’assunzione di responsabilità che il manager si prende nel mettere il proprio “bollino” sul candidato, possono portare a posticipare, avere necessità di maggiori garanzie, vedere altri candidati. Esistono poi distorsioni, figlie di una ambivalenza che spesso va oltre il singolo candidato, che possono portare a richiedere dimostrazioni quasi di “affetto” impossibili da parte del candidato che non conosce la realtà. A volte ciò sfocia anche in proposte contrattali ed economiche definite sfidanti ma che semplicemente non sono appetibili o di mercato per il professionista il quale, poi, legge nella proposta una mancanza di possibilità o di interesse nell’investimento o una generale non chiarezza del progetto.
Ecco perché non dovrebbe sorprenderci quando ci viene chiesto di incontrare a colloquio candidati con i quali l’azienda cliente pensa di procedere e che sono figli di referenze anche personali e di amicizie e ci accorgiamo che i più macroscopici elementi di valutazione di competenza specifica di ruolo, della reale motivazione e della comunanza di aspettative, non sono stati sondati, mentre con candidati frutto di selezione, “una parola sposta l’asse”.
 

 
Dall’altra il candidato nel momento della scelta si porta dietro i vissuti di passate esperienze di cambiamento, coinvolge la famiglia in situazioni di rischio, per cui mette il proprio reddito, la propria professionalità, in parte le proprie sicurezze nelle mani di un’organizzazione quasi sconosciuta. Anche qui, esistono poi distorsioni che portano il candidato a pretendere che l’azienda sia in grado di garantirgli una continuità totale col passato, così da “cambiare senza contraccolpi o cambiare senza cambiare” o una rottura completa col passato, nel caso questo fosse non apprezzato, perché elementi di similitudine vengono erroneamente letti come “cadere dalla padella alla brace”.
Vorrei riflettere, con chi legge, sul fatto che il comportamento di chi sa (o può perché non perde nulla) affrontare questa fase con assoluta tranquillità, non mostrando mai incertezza, non chiedendo maggiori garanzie e buttando il cuore oltre l’ostacolo, non sia necessariamente indicativo di una migliore performance lavorativa successiva o di un progetto aziendale chiarissimo e lineare.
Ma quando le reazioni più attente sono “fisiologiche” e quando invece possono essere lo specchio di reali incertezze, dubbi che vanno oltre alla delicata fase di conoscenza reciproca?
Qui il consulente gioca un ruolo importante e difficile, può aiutare ad analizzare oggettivamente gli eventi e i comportamenti e, attraverso la costruzione di relazioni professionali e positive, può raccogliere informazioni utili alla comprensione delle dinamiche in atto, ma nessun consulente può annullare il rischio.
Ogni decisione importante comporta un rischio e l’assunzione di una responsabilità.  Mi dispiace dirlo, ma è così! Buona scelta a tutti

Le verità nascoste

Da piccoli eravamo tutti incuriositi dal mistero: il baule del tesoro, le mappe dei pirati, il passaggio segreto, il libro delle formule, le pozioni magiche… insomma eravamo spaventati, ma anche tanto affascinati da tutto ciò che andava scoperto; da ciò che era diverso da quello che appariva.
Quello che in fondo ci affascinava era la possibilità di scoprire mondi segreti grazie alla nostra attenzione, curiosità, abilità, coraggio e determinazione.
Di recente, a un importante HR forum, ho capito quanto sia ambita la possibilità di abdicare a questa universale propensione a scoprire ciò che si nasconde agli occhi.
Pare siano attualmente piuttosto ricercati strumenti in grado di rendere tutto più semplice e di eliminare la fatica della scoperta
sostituendo curiosità, ricerca e coraggio con sofisticati sistemi in grado di identificare chi siamo e prevedere come sarà il nostro comportamento lavorativo dalle nostre risposte o dalle nostre espressioni facciali di fronte a un pc che ci domanda, in modo asettico e sempre uguale, cosa vogliamo ottenere nella vita.
Questa volta voglio apparire retrò. Voglio sentirmi una vecchia 500 in mezzo a nuovi e sofisticati sistemi di mobilità che sfrecciano alla velocità della luce e non ti lasciano gustare l’odore del fieno maturo.
Mi domando se sia possibile veramente ridurre l’interpretazione dell’umana complessità.
Nessun automatismo, seppur sofisticato e corretto sarà mai in grado di interpretare il perché di quel comportamento che è stato rilevato, dirci in quali occasioni si ripresenterà, se è frutto della specifica interazione col pc oppure se rileva un comportamento tipico e una tratto della persona. E quel perché è come il baule del tesoro: non nel momento in cui l’abbiamo trovato ma nel momento stesso in cui abbiamo iniziato a desiderarlo, a cercarlo, a giocare con gli indizi e con le nostre segrete paure di non arrivare a nulla.
Ho una brutta notizia: la semplificazione, la sterilizzazione dei rapporti, la distanza che permette di affondare senza nemmeno aver guardato negli occhi, non funzionano.
Ovviamente non mi riferisco all’utilizzo di queste tecnologie per rilevare informazioni su specifiche competenze tecniche, ma abdicare alla presa di responsabilità, per affidare a un automatismo una delicata decisione sull’individuo e sulle sue caratteristiche.
Potrà funzionare dal punto di vista economico, potrà riscuotere successo commerciale oppure far risparmiare, ma non farà altro che accrescere generazioni di persone che non hanno più curiosità, competenze o tempo di avvicinare le anime, di discutere prima di tutto con se stessi e poi con l’altro, di interpretare gli indizi e ascoltare la pancia e il cuore.
Il nostro mestiere di selezionatori, quando siamo chiamati a valutare le caratteristiche di una persona, le sue attitudini, motivazione, potenziale, stile… è fatto di scelte che si basano prima di tutto su un’attenta raccolta di indizi, sulla ricerca continua dell’informazione che può confutare (non confermare, ma confutare) la prima impressione. E poi sull’interpretazione dei dati raccolti.
Ecco, questi strumenti digitali sono validissimi contributi alla raccolta di informazioni.  Sono supporti che assieme ad altri, come l’analisi del cv e dei profili social, la somministrazione di valide prove e test e, soprattutto, il colloquio, ci forniscono informazioni utili nella presa di decisione, non possono essere definiti come esaustivi di per sè.
Carmen Consoli cantava, e rifuggiva, da un amore di plastica; io rifletto su come questi supporti digitali se utilizzati come unici strumenti di valutazione applicati al campo della selezione del personale, siano dei semplificatori della complessità. Il rischio è quello di non porre attenzione all’animo umano, banalizzare la complessità della sua interpretazione, non voler vedere l’inafferrabilità che è anche infinita meraviglia.
La faccio breve: videointerviste senza intervistatore, sistemi per l’interpretazione automatica del non verbale, test a distanza non corroborati dalla conoscenza del singolo…
La domanda è: accetteremmo di essere scartati, in base alle nostre caratteristiche, da un algoritmo?
Quale sarebbe la nostra reazione dinnanzi al fatto che quell’HR non ha dedicato nemmeno un minuto del suo tempo e nemmeno un briciolo della sua umanità per guardarci negli occhi o ascoltarci e cercare di capire la nostra storia e chi siamo oggi?
Mio padre ha tanti difetti, ma mi ha insegnato una cosa a cui spesso faccio riferimento: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

Caduta nella rete

Mi risulta strano pubblicare sui social questa riflessione, che è una critica alla possibilità di dialogo e di confronto attraverso questi canali.
In questi giorni sto riflettendo sul fatto che i canali di comunicazione social non sono in realtà per nulla interattivi. I botta e risposta relativi ad un argomento non sono dei veri e propri scambi comunicativi generativi.
Quello che l’una parte mette sul piatto viene a modificare il corso della conversazione generando uno scambio di idee nuovo e diverso da quello che uno avrebbe immaginato di portare in astratto, senza l’altro di fronte.
I botta e risposta sui social assomigliano a una serie di post it, di comunicati, di volantini informativi che non si mescolano con le comunicazioni dell’altro. Spesso le risposte non assomigliano per nulla alle domande o non approfondiscono veramente il tema al quale si è risposto.
Le risposte, e le conseguenti spesso concitate e poco approfondite successive opinioni, sembrano l’occasione per esprimere il proprio punto di vista (spesso in opposizione) su qualcosa che se e quando c’entra, non era il focus dell’argomento. È un po’ come se io, di fronte a una bibita ghiacciata, con i piedi nella sabbia, guardassi il mare e dicessi al mio interlocutore: “certo che il tramonto in spiaggia è bellissimo…” e lui mi rispondesse: “chi ha voglia di camminare può vedere albe stupende sulle dolomiti…”.
Sui social questo tipo di comunicazione è normale, nella vita vera sarebbe surreale.
A me questo tipo di comunicazione genera un po’ di ansia e anche di frustrazione.
Io non sono nata sui social e il mio mondo è la realtà fisica fortunatamente molto più di quella virtuale, le mie comunicazioni più vere sono di persona. A me anche sui social, come con i piedi nella sabbia, verrebbe di rispondere: “si certo, chi dice il contrario?” oppure “vuoi dirmi che mi piace il mare perché non ho voglia di camminare?”. Se però questa fosse la risposta nella realtà fisica al massimo l’altro risponderebbe con una risata dicendo che tutto è bello, sui social invece infiammerebbe la polemica. E giù di insulti e via….
Credo che il senso di frustrazione legato a questo scambio per post-it che non permette realmente di generare nuova comunicazione dalla comunicazione stessa, non sia solo mio e forse è alla base della violenza e della polarizzazione dei giudizi presenti sul web. La frustrazione genera rabbia che genera aggressività…
Io sono spaventata dall’essere insultata sul web ma cerco di non limitarmi (e non lo faccio di certo) nell’esprimere le mie opinioni o portare informazioni perché abdicare significherebbe per me smettere di dare il mio contributo anche se nessuno me l’ha chiesto. Amo il confronto e vorrei capire veramente il punto di vista di tutti e da dove arriva.
Fa parte del mio lavoro conoscere le persone e lo trovo una cosa bellissima. Questo mi porta a partecipare a discussioni cercando di approfondire e capire.
Ogni volta però cerco di evitare polemiche e interrompo qualsiasi diatriba non appena mi accorgo che la conversazione vira su estremismi, frasi fatte o giudizi senza merito. Qualche volta me ne accorgo tardi, mi faccio prendere dal desiderio di una conversazione generativa in un ambiente virtuale che ho capito non la supporta.
Ed ecco che allora la frustrazione aumenta quando, rileggendo le mie conversazioni, mi accorgo di essere anch’io…. caduta nella rete….

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