Riflessioni

La storica rubrica di SCR torna protagonista anche nel nuovo progetto editoriale del gruppo, con i tradizionali momenti di pensiero, condivisione e commento sulle notizie di attualità che, direttamente o indirettamente, toccano il nostro settore. Strapperemo “confidenze” e momenti inediti dalle scrivanie dei team che gestiscono rectuitment, selezioni, consulenze e progetti speciali.

Cambia il mondo, cambiano i valori

Ciascuno di noi, in maniera più o meno consapevole, ha bisogno di far riferimento ad un sistema di valori e anche le organizzazioni, come insieme di persone, hanno bisogno di far riferimento ad un loro sistema di valori.
Già un nostro precedente articolo avevamo esaminato come ciò che le persone cercano nel lavoro sia cambiato nel corso del tempo, come il sistema valoriale della generazione Y sia diverso da quello dei Baby Boomers, e come quindi anche le aziende, di conseguenza, abbiano cambiato il loro sistema valoriale.
L’ultimo anno e mezzo è stato caratterizzato da un enorme cambiamento nelle nostre abitudini di vita e di lavoro e questo ha modificato anche il nostro sistema valoriale e quindi anche le nostre aspettative sui valori che vorremmo fossero condivisi, e attuati, nell’azienda in cui lavoriamo.
Il tema è estremamente attuale, tant’è che in rete già si trovano articoli sull’argomento. Da un recente studio pubblicato dal network di consulenza di comunicazione strategica /amo, emerge che se prima della pandemia al primo posto tra le macro categorie di valori aziendali si collocava “Etica e integrità”, a prevalere è ora il senso di comunità, riscoprendo nel benessere degli altri sul posto di lavoro anche il nostro di benessere.

Nel complesso, riferisce lo studio, le aziende stanno mettendo più enfasi sulla loro responsabilità verso i membri della società, mostrando una crescente determinazione oggi, rispetto a prima della pandemia, nell’avere cura e attenzione verso le persone in generale (oltre che verso specifici gruppi di stakeholder come dipendenti, clienti o azionisti). Quasi la metà di tutte le aziende recensite (47,4%), infatti, cita almeno un valore associato alla preoccupazione verso le persone e la comunità, un aumento dell’11% rispetto al precedente anno.
I valori personali e professionali sono cambiati
Integrità, innovazione, rispetto, responsabilità e sostenibilità, sono questi i primi cinque valori aziendali emersi dallo studio a livello globale. Per quel che riguarda l’Italia i valori aziendali più importati nel post pandemia sono, dal primo al quinto:

sviluppo sostenibile
innovazione
cura delle persone
trasparenza
diversità e inclusione

Come sempre il mio lavoro mi ha consentito di entrare in contatto e di confrontarmi con tantissime persone e aziende, permettendomi di avere una finestra, non certo globale, ma senz’altro reale e partecipata di come sono stati vissuti momenti che nessuno di noi credeva di vivere, che ci hanno portato ad utilizzare una terminologia usata solo in tempo di guerra come ad esempio lock down o coprifuoco. Abituata a stare in una mia zona di comfort, mi zono trovata anche io, come tanti, a muovermi in un mondo che stava cambiando, con certezze che si stavano sgretolando, pensando, all’inizio, che la cosa a breve sarebbe rientrata (ci ricordiamo i famosi 15 gg in cui tutti speravamo? Resistiamo altri 15 giorni e poi tutto tornerà come prima), per poi rendermi conto che di sicuro non cambierà a breve e chissà se mai sarà come prima.
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Il nostro modo di lavorare si è trasformato e abbiamo scoperto, anche con piacere, che cose impossibili, come il tanto richiesto smart working, che parevano impossibili da realizzare si potevano fare. Penso che lo smart working sia veramente esemplificativo del cambiamento valoriale che sta avvenendo. La generazione Y, i famosi Millennial, vedevano la flessibilità lavorativa come importantissima per consentire la conciliazione fra vita privata e lavorativa, che non è rappresentata solo dalla possibilità per una mamma di gestire un figlio piccolo ma anche di un giovane coltivare i propri interessi e passioni.
Dopo un periodo iniziale di contentezza rispetto al fatto che finalmente lo smart working era stato sdoganato, ho iniziato a vedere nei colloqui sempre più persone stanche di lavorare in smart working, di alzarsi la mattina d’inverno e mettersi pile e pantofole e d’estate maglietta e infradito.
Ho parlato con persone che da marzo 2020 non sono ancora rientrate in ufficio e con responsabili che non sono ancora riusciti a fare una riunione con tutto il team in presenza. Ho sentito tante persone dire “voglio tornare a lavorare, a fare la pausa caffè col mio collega”, insomma di avere relazioni lavorative non solo a distanza.

Come sappiamo ogni crisi rappresenta l’opportunità di cambiare, di cambiare il nostro modo di vedere le cose, di reagire, di capire cosa è importante e cosa no. Le crisi possono essere delle rivelazioni perché ci obbligano ad uscire dal nostro tran tran, ci obbligano (o ci invitano?) a studiare e approfondire quello che sta succedendo intorno a noi, a rimettere in fila le nostre priorità, ci permettono, a volte, di capire i nostri limiti e scoprire nostri nuovi talenti.
La cura delle persone: un valore per garantire benessere in azienda
Vedere che tra i primi 5 valori in Italia ci sono cura delle persone, trasparenza, diversità e inclusione mi rende felice. Credo che il nostro tessuto imprenditoriale fatto di piccole e medie imprese sia quello più adatto per portare avanti questo sistema valoriale in un momento storico in cui sempre più forti si fanno le istanze divisive.
Approfondisci il tema leggendo anche la riflessione di Stefania Suzzi “Il paradosso del barista”
Credo che i nostri imprenditori, e noi di SCR ci mettiamo a pieno titolo fra questi, siano in grado, e abbiano il dovere, di interpretare in un modo pieno, completo, il termine cura della persona, che non è solo garantire la massima sicurezza sul luogo di lavoro ma impegnarsi per garantire a tutti i lavoratori il più alto livello possibile di salute, salute definita dall’OMS come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Obiettivo che in questo momento può essere raggiunto solo favorendo una corretta informazione, ascoltando le diverse opinioni, favorendo la creazione di ponti anziché di muri, accogliendo le nuove diversità consapevoli che la diversità ha sempre favorito lo sviluppo delle conoscenze e delle competenze.

Sono convinta che oggi è quanto mai indispensabile abbassare i toni del conflitto e favorire il confronto e l’inclusione. Favorire l’ascolto, ascolto delle opinioni dell’altro e ascolto, perché di questo spesso di tratta, delle paure dell’altro, qualsiasi esse siano, indipendentemente dal fatto che per noi siano futili o che siamo anche noi terrorizzati…ma da altre paure. Credo che dobbiamo allenarci ad un ascolto gentile e intendo con gentilezza la capacità di far star bene gli altri, un modo per contribuire al benessere emotivo di chi ci circonda, un sorriso espresso a parole, il saper comprendere e rispettare le esigenze altrui.
Se saremo capaci di rimanere lucidi e centrati, se saremo capaci di diventare ambasciatori dell’ascolto gentile allora riusciremo davvero a trasformare questa crisi in opportunità dando concretezza a un valore fondante dell’essere comunità: la libertà.

Trovare il lavoro che piace: utopia o percorso necessario?

È già difficile trovare lavoro, ma trovare addirittura un lavoro che piace, è possibile?
Questa è sicuramente la prima domanda che può venire alla luce, ma come tutti ben sappiamo, stare bene in un contesto lavorativo e svolgere un ruolo che ci appassiona e ci motiva, rende le nostre “ore” più interessanti; stare bene al lavoro, poi, ci fa tornare a casa ed accogliere la nostra famiglia con un sorriso, e questo, non è banale e scontato.
La consapevolezza di tutti è che il lavoro ci prende più tempo di tutte le altre attività che svolgiamo durante la settimana, dunque diviene ovvio che per migliorare il nostro benessere è necessario scegliere e cercare un lavoro che sia per noi interessante e farlo con i migliori atteggiamenti e gli strumenti più efficaci.
Spesso si sente dire “cercare lavoro, è un lavoro!” ed è assolutamente vero.
Questa è un’attività che è diventata ricorrente nella vita delle persone, dunque dobbiamo imparare a farla bene, considerato che, nella maggior parte dei casi, non viene insegnata a scuola o al lavoro.
Ma se siamo capaci di scegliere il meglio per noi nella vita di tutti i giorni, come l’attività sportiva da svolgere (o da non svolgere in alcuni casi), i paesi da visitare in viaggio, o più semplicemente, i cibi da portare sulla nostra tavola, ci fa comprendere che il punto di partenza è proprio la conoscenza di sé, dei propri punti di forza ed anche, perché no, dei nostri limiti.
Approfondisci il tema leggendo “Comprendere le proprie capacità per fare un lavoro che ci piace”
Scegliere il lavoro: percorso da professionisti o fai da te

Per chi ha una disponibilità di tempo ed economica si può servire di professionisti che ci indirizzano attraverso strumenti variegati da svolgere in gruppo, come una specifica formazione, piuttosto che percorsi individuali in cui si va ad indagare più nel dettaglio le caratteristiche e le competenze della persona.
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Se invece, vogliamo usare il metodo del fai da te, la tecnologia e il web ci vengono in aiuto. Ormai su internet si trovano manuali per ogni cosa, l’unica complessità risulta scegliere, ma se partiamo dal presupposto che siamo capaci di individuare quello che è meglio per noi, dopo qualche approfondimento, si può già avere qualche idea utile.
Il primo atteggiamento da utilizzare, in questa fase di cambiamento, è però non accettare ciò che arriva, ma concedersi la possibilità di scegliere.
Si può fare? Certo, ma prima bisogna accettare una conversazione con se stessi, nella quale devono essere definiti gli obiettivi e la direzione da dare al proprio futuro.
Alle volte non è necessario neppure cambiare lavoro per essere più soddisfatti, ma semplicemente accettare dei compromessi pur rimanendo fedeli a se stessi ed ai propri obiettivi.
I più fortunati sono, poi, inseriti in contesti lungimiranti, con imprenditori che hanno la consapevolezza che alle volte è risolutivo servirsi di professionisti della consulenza per migliorare la vita dei propri collaboratori e quindi farli diventare più performanti, rispetto ad un mercato che richiede sempre più professionisti motivati e felici. Vi posso assicurare che questi imprenditori esistono! Proprio il vostro capo potrebbe essere uno di quelli che sempre più spesso ci contattano perché comprendono che questo tipo di percorso è necessario, ma che soprattutto è utile, non solo al benessere aziendale, ma anche a migliorare i fatturati.

Nuovi occhi, non nuove terre: ecco la vera scoperta

“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.”
Marcel Proust
Provate a pensare alla nostra quotidianità divisa tra i mille impegni e responsabilità del lavoro, della famiglia, di tutto ciò che ci piace fare in quel po’ di tempo libero se ne avanza. L’orologio, anche se non lo si indossa, è comunque un fido compagno di tutti e, anche se non vorremmo, in tante situazioni detta legge lasciandoci poco spazio quanto meno anche solo per vedere con occhi diversi come è andata la nostra giornata.
Ci ritroviamo a fare cose che non dovremmo fare, a non farne altre invece che andrebbero fatte o spesso ad aver le migliori intenzioni ma ad agire poi con una modalità che non ci porta ai risultati attesi. Accade poi che, se si continua in una delle direzioni poco fa enunciate, si finisca per definire la situazione come un “problema”. Molti sono gli esempi che possiamo fare, proviamo a pensare a quando vogliamo che il nostro collaboratore cresca ma non vediamo i miglioramenti attesi, a quando ci troviamo da un giorno all’altro senza lavoro e dobbiamo ripartire da zero, a quando abbiamo un obiettivo importante da raggiungere ma ci sentiamo lontani anni luce.

Ognuno di noi probabilmente sta vivendo o ha vissuto una situazione nella quale si sente fermo, dove tutto quello che sta facendo non sta funzionando. È così facile rendersi conto di questo? Non sempre per moltissime motivazioni. Una di queste è sicuramente la logica con la quale ci approcciamo al problema. Da quando siamo molto piccoli, siamo soliti fare un’attenta analisi di quello che ci accade chiedendoci o domandando ad altri il “perché”. Questa semplice domanda ci ha portato a scoprire il mondo, ad acquisire conoscenze importantissime nel nostro percorso di studi e professionale, a fare ottime analisi in alcuni contesti, ma forse non in tutti.
Quando ci troviamo a gestire problemi molto complessi dove dobbiamo considerare tantissimi fattori come persone, responsabilità, ruoli, attività operative, aspetti economici non sempre ci è di aiuto il perché. Partiamo con la ricerca di quelle che possono essere le cause e ahimè  in alcuni casi su queste non possiamo fare proprio niente dato che appartengono al passato o magari non possono essere direttamente influenzate dalle nostre azioni.

Se le analisi fatte con il “perché” non ci portano a trovare una  risoluzione al problema, è forse giunto il momento di utilizzare un’altra logica che ci suggerisce di approcciarci al problema con il “come”. Questo significa fare un’attenta analisi del problema che si focalizza sul presente e soprattutto sulla dinamica che lo mantiene tale.
Per fare ciò bisogna farsi diverse domande tra le quali:

chi è coinvolto
quando e quante volte si presenta il problema
quali sono le ricadute concrete e visibili del problema
se vi sono delle eccezioni in cui non si è presentato
cosa si è fatto per tentare di risolverlo

L’avreste mai detto che quello che facciamo per risolverlo, in realtà, possa far sì che si mantenga?
Non è facile arrivare a questa consapevolezza, spesso finiamo per considerare il nostro come l’unico punto di vista corretto sul problema non rendendoci conto però che così siamo fermi. Ma come si può fare per uscire dal nostro punto di vista? Provate a mettervi nei panni di 5 diverse persone che conoscete, parenti, amici, colleghi e a pensare a come loro vedrebbero il problema: già questo vi darà qualche spunto per vederlo con  occhi diversi.

Capitol Hill: attacco al potere

Quando abbiamo letto le prime notizie trapelare sui social network, alcuni di noi hanno pensato ad uno scherzo o alla promozione di un nuovo film di azione. Poi però sono arrivati gli approfondimenti nelle edizioni straordinarie dei tg e le conferme dai capi di Stato di tutto il mondo e così abbiamo realizzato che quello che stavamo vedendo era reale.
Il 2021 parte con uno degli eventi più sconvolgenti per le democrazie di tutto il mondo: il 6 gennaio un sostenuto gruppo di sostenitori del Presidente in uscita Trump ha fatto irruzione, alcuni armati, all’interno del complesso di Capitol Hill, centro della democrazia americana, dove il Congresso era riunito per certificare l’elezione del nuovo Presidente Joe Biden. E mentre sui social network circolavano video, polemiche e quel sarcasmo tipico del web, io guardavo quelle immagini tra l’attonito e il dubbioso, pensando:
cosa spinge persone qualunque, madri/padri di famiglia, lavoratori comuni, studenti, ad assaltare la Casa Bianca e a profanare il principale simbolo della democrazia in virtù di brogli elettorali, tanto citati ma mai confermati?
Gli esseri umani hanno una tendenza evolutiva a seguire i leader carismatici, anche quelli che promuovono distinzioni tra “noi e loro” o la “superiorità del noi”. In un’epoca in cui i social media hanno imparato che l’odio mantiene la nostra attenzione, è più probabile che gli esseri umani seguano i leader che alimentano la nostra capacità non solo di indignazione ma anche di rabbia. Gli psicologi sociali Kelman e Hamilton, nel libro “Crimini di obbedienza”, esaminano il lungo elenco di esperimenti nella tradizione degli studi sull’obbedienza di Milgram e concludono, con prove evidenti, che alti gradi di empatia non riescono impedire alle persone di seguire l’ordine di danneggiare gli altri. In tempi di grande paura e sconvolgimento, come quelli che stiamo vivendo in questi anni, la maggior parte delle persone guarda ai leader e cerca compagni, quindi un leader che voglia acquisire potere sugli altri potrebbe instillare paura e confusione, attribuire problemi ad altri, incitare all’odio “giustificabile” verso terze parti e descriversi come la migliore (o l’unica) fonte di sicurezza e chiarezza, oltre ad essere l’unico a poter sconfiggere “gli altri”. Per coloro il cui senso di responsabilità personale è compromesso o debole, è probabile che seguire il leader significa fare azioni che violano la propria morale abituale.
Vorrei ora provare ad approfondire quello che è successo facendo riferimento ad alcune note teorie della psicologia sociale e dei gruppi, evidenziando anche cosa possiamo apprendere da questo “comportamento collettivo” che ci sembra così inspiegabile.
Teoria della convergenza
Sviluppata dallo psicologo Floyd Allport, la Teoria della Convergenza sostiene che i partecipanti al comportamento collettivo sono abbastanza razionali riguardo alla loro attività. Come la maggior parte delle persone, hanno ambizioni che non sono in grado di realizzare nella loro vita ordinaria; invece di non esaudirle, scelgono di andare in determinati ambienti dove possono mettere in atto quei desideri e, una volta lì, trovano molti altri che condividono questi obiettivi. In questo senso, la folla non è propriamente la causa del loro comportamento ma il risultato delle scelte individuali. Le persone convergono. Gli interessi si allineano.
Si può dire lo stesso di molti di coloro che hanno assalito il Campidoglio. Sono arrivati ​​a Washington a volto scoperto, equipaggiati con ogni sorta di equipaggiamento. Hanno viaggiato in autobus e furgoni. Hanno comunicato in anticipo online. Ispirati o meno dal discorso del Presidente, sapevano cosa stavano facendo. La presenza di così tante persone che la pensano allo stesso modo ha dato loro coraggio per l’assalto.
Teoria delle norme emergenti
La maggior parte di noi pensa alla violenza di massa come a una faccenda relativamente spontanea e imprevedibile. I partecipanti si trovano in mezzo al vasto organismo in aumento che è la folla. Nessuno sa cosa succederà dopo. I sociologi Ralph Tuner e Lewis Killian non sono d’accordo con questo punto di vista. A dire il vero, il comportamento della folla è meno ordinato della maggior parte delle cose che fanno le persone, sembra scollegato dalle responsabilità di routine della vita e il suo inizio e la sua fine possono essere incerti. Tuttavia, ha i suoi schemi che sorgono, a volte, molto rapidamente.
Basti pensare ad una folla in azione: gli individui che vagavano improvvisamente si trovano improvvisamente uniti in una ricerca comune. Le persone si chiamano l’un l’altro: “Sta scappando. Inseguilo!” “C’è una finestra aperta qui!” “Gira questa macchina!” “Rompi questa porta!”
Turner e Killian insistono sul fatto che questi comandi sono nuove norme che stanno emergendo molto rapidamente, come è avvenuto a Capitol Hill, in una rapida escalation di eventi.

Teoria del valore aggiunto
Le teorie di cui sopra si concentrano principalmente sul disturbo creato dalla folla, come e perché è accaduto in quel modo. Il sociologo Neil Smelser offre una spiegazione molto più ampia nella sua “Teoria del Valore Aggiunto“, che prende in prestito un punto di vista tipico dell’economia.
Immaginiamo un’auto costruita su una catena di montaggio: man mano che l’auto si sposta su quella linea, i lavoratori aggiungono parti che definiscono sempre più il prodotto e ciascuno di questi elementi “aggiunge valore”. Alla fine, appare un prodotto completamente assemblato. Gli eventi sociali, comprese le forme di comportamento collettivo, non sono così diversi. Il prodotto finito, in questo caso un tumulto, è il risultato di determinate condizioni preesistenti. Smelser ne identifica quattro:

Deformazione strutturale: le insurrezioni sono risposte a problemi sociali percepiti che inducono i loro autori a sentirsi frustrati, bloccati o arrabbiati;
Credenze generalizzate: per avere successo, le insurrezioni devono avere una persona o un gruppo da incolpare e qualche rimedio per l’ingiustizia percepita;
Fattori precipitanti: queste condizioni e credenze possono persistere per anni, perché si verifichi un’azione concertata, deve accadere un evento (o una serie di eventi);
Mancanza di controllo sociale; tuttavia l’insurrezione pubblica potrebbe non verificarsi, questo perché le forze dell’ordine monitorano attentamente i gruppi estremisti e contrastano i loro complotti.

Questa analisi non ha certamente la pretesa di essere esaustiva rispetto alle cause che hanno portato all’assalto a Capitol Hill, ci sono tanti motivi socio-economici, politici ed etici per cui le persone si uniscono alle proteste. Ritengo tuttavia che analizzare le dinamiche odierne sulla base di teorie “storiche” sia importante in quanto ci permette di trovare un fil rouge nei meccanismi che guidano il comportamento umano e di imparare dalla storia le conseguenze di certi eventi e azioni.
A mio parere, tuttavia, niente di tutto questo giustifica un’invasione del Congresso, nè scusa la diffusione di false informazioni da parte di un leader per mobilitare gruppi frustrati, i suoi sforzi per convincerli che altri cittadini sono loro nemici, o il suo incoraggiamento a interferire con le responsabilità stabilite dai legislatori. Men che meno quando il suo motto è “Law & Order“.
 
Crediti delle foto:
copertina: it.euronews.com
corpo dell’ articolo: il Messaggero

Non smettere mai di giocare

Tra poco meno di una settimana sarà Natale e questo periodo dell’anno, con i regali sotto l’albero, le luminarie appese ai balconi e il profumo di biscotti che viene dalla cucina non manca mai, ogni anno, di farmi tornare un po’ indietro nel tempo e di riportarmi a quando, da bambina, aspettavo con ansia l’arrivo di Babbo Natale per poter subito provare il mio nuovo giocattolo. Ah, giocare. Diverse volte ho sentito la frase “Il gioco è il lavoro del bambino“, coniata dalla nota pedagogista e neuropsichiatra infantile Maria Montessori, per indicare che proprio attraverso lo strumento del gioco i bambini acquisiscono  e sviluppano capacità sociali, mentali e fisiche che gli saranno utili nella vita futura. Poi si cresce, il lavoro diventa un altro e molto spesso il gioco rimane un passatempo legato unicamente all’infanzia e non più utile nella vita adulta e, men che meno, nell’ambito lavorativo. Ma ne siamo così sicuri? Il trend di questi ultimi anni nell’ambito della formazione professionale sembra smentire questa teoria. Tantissimi sono gli esempi della cosiddetta Gamification, ossia l’applicazione di veri e propri giochi e videogame al di fuori del contesto ludico e con obiettivi che si riferiscono alla sfera professionale, come il miglioramento della gestione dei clienti, lo sviluppo di competenze trasversali o l’improvement delle performance dei dipendenti. Una delle applicazioni più note in questi ultimi anni è il Lego Serious Play, che attraverso l’utilizzo dei mattoncini colorati è in grado di guidare le persone in un percorso verso una migliore self-efficacy, un approccio più creativo al lavoro o verso la gestione di conflitti nei contesti di lavoro.
Magazzinieri di una nostra azienda cliente impegnati nella costruzione del “magazzino perfetto” durante un Assessment di Gruppo per la selezione del nuovo Coordinatore di Magazzino.
Noi stessi in SCR abbiamo utilizzato diverse volte role-play e giochi nell’ambito di assessment di gruppo e percorsi selettivi, con l’obiettivo di far emergere aspetti distintivi della personalità dei candidati e durante la formazione in aula, per lo sviluppo di determinate competenze o l’emergere di dinamiche di gruppo interne all’azienda.
Scopri di più sui nostri percorsi formativi
Questi sono solo alcuni esempi di come in realtà il gioco mantenga un ruolo importante anche nella vita adulta e questo non riguarda solamente l’effetto di giochi “strutturati” e professionali. Il gioco contribuisce a migliorare la cooperatività, a risollevare l’umore e a vedere le cose da un altro punto di vista, con influenze positive su molte competenze trasversali.
Siamo reduci da un anno che, possiamo ben dirlo, è stato tutto fuorchè un gioco.
In questo periodo, allora, facciamoci influenzare dall’atmosfera natalizia, torniamo un po’ bambini e concediamoci un momento di svago: sarà molto utile per distaccarsi un po’ dalla  routine e ricaricare le energie in vista dell’anno che verrà. Io, da “giocatrice incallita” quale sono, vi assicuro che sarà tempo ben speso.
Il gioco di ruolo: non chiamatelo gioco da ragazzi
È venerdì sera. Il mio weekend inizia in compagnia di un ristretto gruppo di amici armati solo di fogli, dadi, matite e qualche snack, ma che nascondono gelosamente il loro strumento più potente: la fantasia. Non occorre molto tempo perché il salotto di casa lasci posto a foreste sterminate o galassie lontane e i ragazzi raccolti intorno al tavolo non siano più impiegati, operai, studenti, ma diventino maghi, guerrieri e guaritori in cerca di fama e avventure, che combattono per difendere i propri ideali o salvare il mondo dalla distruzione.
Cos’è questa stregoneria, che trasforma quattro ordinari ragazzi nei più forti e tenaci avventurieri di tutti i tempi? È il gioco di ruolo.
I partecipanti si riuniscono intorno ad un tavolo per mettere in campo il loro personaggio, una sorta di alter ego di loro stessi che si muoverà, agirà e vivrà in un mondo che si costruisce nella fantasia di ognuno grazie unicamente alle parole del “Master”, ovvero colui che tesse la trama e coinvolge i giocatori nell’avventura servendosi solo delle sue capacità descrittive. Molto è stato detto sul gioco di ruolo. È stato accusato di incitare alla violenza o a culti sanguinari, alcuni lo ritengono un passatempo infantile e una perdita di tempo, mentre altri pensano che sia un tentativo di fuga dalla realtà, dove ci si estrania in un mondo che non esiste per poter essere ciò che non si riuscirà mai a diventare nel mondo reale. Ma, a guardarli attentamente, i personaggi che si muovono nel mondo di fantasia non sono poi così lontani e differenti da quello che i giocatori sono nella vita di tutti i giorni. Le persone che si siedono al tavolo e muovono con fili invisibili i propri personaggi in un mondo di fantasia sono le stesse persone che il giorno dopo riprendono la loro routine quotidiana; e se è vero che trasportiamo sempre nel gioco una parte di noi stessi, è altrettanto vero che da quelle serate di svago possiamo imparare competenze trasversali utili in molti aspetti della nostra vita, non ultimo quello professionale. In questi anni, il gioco di ruolo mi ha insegnato che per risolvere un problema a volte basta fermarsi e guardare le cose da un altro punto di vista; creatività e pensiero divergente sono fondamentali per trovare soluzioni inaspettate, uscire da una situazione che ci vede in netto svantaggio o che ci sembra senza possibilità di vittoria. Ho imparato che è fondamentale fare gioco di squadra e collaborare ma anche che, per la corretta riuscita di un piano, bisogna sempre essere consapevoli di quale è il proprio ruolo. Ho capito che prima di esprimere giudizi o intraprendere azioni avventate è necessario analizzare attentamente la situazione, perché non sempre tutto è come appare ad una prima occhiata. Ho imparato ad intraprendere un percorso e portarlo fino alla fine, a mettercela tutta per raggiungere i miei obiettivi e che non bisogna mai darsi per vinti perché un ostacolo, che fino a qualche tempo prima sembrava insormontabile, può essere superato con allenamenti, determinazione, tenacia e qualche “livello di esperienza” in più.
Le passioni come occasione di apprendimento continuo
Non si impara solo a scuola o ai corsi di formazione, ma qualsiasi momento della nostra giornata può fornirci spunti per apprendere nuove competenze o allenare le nostre capacità. Mettere un pannello divisorio tra le persone che siamo sul lavoro e nel nostro tempo libero significa precludersi la possibilità di crescere dal punto di vista umano e professionale tramite la contaminazione tra i vari ambiti in cui si svolge la nostra vita; ci impediamo così di apprendere in maniera naturale, senza sentire proprie spalle il peso dell’apprendimento che nasce dallo studio e dalla formazione diretta perché staremmo imparando coltivando una nostra passione.
Non dovrebbe esserci un “prima” e un “dopo” il lavoro nella nostra giornata lavorativa, ma tutto si dovrebbe unire in un unico flusso che racchiude tutte le nostre esperienze e competenze, che andrà poi a concretizzarsi nelle persone che siamo e che saremo in qualsiasi contesto.
In questo modo, l’appassionato di giardinaggio saprà essere paziente ed aspettare il momento giusto per raccogliere i frutti del proprio impegno. Il ciclista, il nuotatore, il maratoneta alleneranno lo spirito competitivo, la determinazione e la propria capacità di resistenza non solo fisica, ma anche mentale, per arrivare a raggiungere l’obiettivo nonostante le difficoltà. Il fotografo sfrutterà le proprie capacità di osservazione per vedere la situazione da un’altra angolazione o notare un dettaglio risolutivo che agli altri era sfuggito. Il giocatore di scacchi imparerà ad analizzare la situazione, anticipare le mosse del suo interlocutore e a mettersi nei panni degli altri per capire il loro diverso punto di vista. Il pallavolista, il calciatore, il giocatore di basket saranno sempre più consapevoli del ruolo fondamentale di ogni membro della squadra per portare a casa la vittoria.
Molti dicono che chi fa coincidere il lavoro con la propria passione non dovrà mai lavorare nemmeno un giorno nella sua vita. Io penso che questa situazione sia un ottimo obiettivo a cui tendere ma che rimarrà sempre prerogativa di alcune, fortunate persone; per tutte le altre che non vedono coincidere il lavoro con la propria passione, il tempo libero diventa uno strumento prezioso non solo per sfogarsi o liberare la mente dallo stress della routine lavorativa, ma anche per imparare e migliorare in molti aspetti della propria vita, non ultimo quello professionale, proprio grazie a quella crescita personale che è avvenuta in un contesto completamente differente.
Non siamo solo i lavoratori e non siamo solo le persone che godono del proprio tempo libero.
Fino a qualche anno fa, l’identità di una persona coincideva con il suo ruolo in una determinata azienda, motivo per cui ci si ritrovava spaesati di fronte ad una repentina perdita del posto fisso. Oggi, il lavoro viene spesso visto come un obbligo che niente ha a che fare con l’identità di una persona, che viene espressa solamente al di fuori del contesto professionale. La verità è che, come nel gioco di ruolo puoi impersonare un mago o un guerriero, un elfo o un nano, uno schiavo o un re, senza perdere la capacità come giocatore ma anzi imparando ad interpretare i vari ruoli, anche nella vita quotidiana bisogna mantenere un collegamento tra le diverse “persone” che siamo ogni giorno per unirle in un’unica identità in continua evoluzione. Per continuare a crescere dal punto di vista personale e professionale, dobbiamo mantenerci aperti e ricettivi nei confronti delle diverse esperienze, senza sacrificare un aspetto della nostra identità a favore di un altro, ma imparando ad amalgamarli insieme in un unico flusso di apprendimento. In definitiva, come afferma Winnicott, noto psicanalista, per crescere l’importante è non smettere mai di giocare.

Il paradosso del barista

Il virus e la sua gestione ferrea e assolutista (condivisibile e inevitabile o meno che sia) hanno creato una società di individui soli o chiusi in stretti gruppi di persone legate più da frequenti scambi di saliva che da affetti. Il paradosso devastante è che nel momento in cui avremmo più bisogno di stare assieme, di esorcizzare le paure, di dimenticarci del quotidiano grazie alle amicizie, allo svago, alla socialità, ci ritroviamo sempre più isolati e costretti a sentirci soli. Bombardati da tutte le parti da numeri che non sappiamo interpretare correttamente, notizie allarmanti poi mitigate poi ancora ingigantite, viviamo come in un vortice che tutto risucchia e dal quale ci difendiamo aggrappandoci tenacemente per non scivolare nell’oblio.
Pare che qualcuno abbia tolto all’improvviso il tappo dalla vasca da bagno.
Alcuni hanno forza e posseggono strumenti per rimanere appesi e aspettare che il vortice finisca senza essere completamente risucchiati. Altri invece perdono appigli e finiscono per cadere in quel buco nero dove tutto si mescola, dove la razionalità non è più uno strumento di lucida interpretazione della realtà, dove la paura, che sempre aleggia nell’ombra, la fa da padrone.
È un vortice gigantesco. Un cono d’ombra che pare infinito che ci restituisce il senso della nostra precarietà ma anche il non senso del vivere sospesi nell’attesa che tutto passi. Chi rimane appeso aspettando che il vortice si esaurisca infatti non se la passa certo meglio di chi ha perso appigli. Vive ancorato a certezze incrollabili difendendosi da tutto ciò che gli passa intorno. Schiva le persone che si sono già lasciate andare per evitare di perdere l’ultimo appiglio e cadere anch’esso nel vortice della paura e della rassegnazione. E così, la nostra società si compone di nuove categorie di individui, di quelli arrabbiati e di quelli spaventati, di quelli che non si fidano e di quelli che non sopportano quelli che non si fidano. Ansia, stress, depressione, paura, rabbia, disinvestimento sono alcuni dei più frequenti sintomi di una condizione di totale spaesamento, di perdita di punti di riferimento e di caduta delle certezze. Ciò che è positivo, piacevole, bello, sano, divertente, è considerato pericoloso e questo stravolgimento delle nostre precedenti certezze è devastante. Tutto ci porta a restare immobili, rintanarci come animali spaventati dalla presenza del predatore finché il rumore la fuori non passa, finché non ci sarà silenzio assoluto. Ma questo atteggiamento non è senza conseguenze. Fomenta la passività, porta l’indolenza, la staticità e poi, pian piano alla rassegnazione.

Abbiamo poche e limitate forze per andare controcorrente e continuare a sorridere ed essere felici nonostante tutto. Se immaginiamo che la corsa controcorrente sarà breve, possiamo usarle tutte queste forze e continuare a correre incontro alla serenità. Ma a lungo andare, se siamo nel bel mezzo di una infinita maratona, l’esaurimento delle scorte a disposizione arriva e fa male.
Una volta c’erano i bar, i ristoranti, le palestre, le scuole piene di chiasso e sudore, le feste e le sagre, gli spettacoli, le balere, i circoli, le feste con gli amici. Questa ragnatela delicata che da sempre ci siamo costruiti per sentirci società, per sentirci parte. Ora al centro della ragnatela c’è, per chi ce l’ha, il lavoro e ci sono i colleghi. Il luogo di lavoro è un luogo di ritrovo, fisico o virtuale in cui si respira ancora aria di comunità, in cui si può trovare svago all’assurdità quotidiana e dove si ritrova il senso.
L’impresa, suo malgrado, assume un valore sociale inestimabile.
Si ritrova sulle spalle le persone che la compongono e i loro affetti. Persone che al di fuori di essa si ritrovano ragnatele piene di buchi. Subisce gli effetti della devastazione che c’è e che verrà in termini non solo di mancata presenza ma anche di passione, di spavalderia e di motivazione, di entusiasmo, i veri carburanti del fare.
Il vortice che tutto risucchia non terminerà a breve. Ma c’è una terza alternativa all’aggrapparsi e resistere o al finire per vorticare fino all’oblio. C’è una strada personale e collettiva che può renderci capaci di osservare il turbinare delle cose senza entrarci dentro. Questa strada passa anche dal ristabilire il senso, gestire le emozioni e mantenere fiducia in sé e negli altri.
L’impresa quindi, volente o nolente, è chiamata a diventare nuova comunità, a tessere la sua personale ragnatela che permette il sostegno e il supporto alle persone, che le aiuta a trovare equilibrio. Oggi come non mai, adottare piccole misure per migliorare il benessere sul luogo di lavoro significa fare la differenza, fuori e dentro l’azienda. Ricordarsi di quello che le persone vivono tutti i giorni e agire per fornire supporto nella consapevolezza di quanto importante sia resistere tutti assieme è qualcosa che va oltre l’etica o i valori. È naturalità.
Non è facile. Gli imprenditori non nascono e non si formano per fare questo, ma io non vedo alternative.

Il contesto giustamente sfidante

Nessuna forma di masochismo: è innegabile che la maggior parte di noi aspirerebbe a una situazione economica e sociale migliore dell’attuale. Però forse è bene fare di necessità virtù e, quindi, rileggere il periodo che stiamo vivendo con un paio di occhiali colorati, che magari non guasta.
Quando incontriamo persone che non hanno mai affrontato difficoltà, che sono state protette,  sostenute, aiutate, difese anche solo dalla possibilità di incontrare problemi, frustrazioni e doversela cavare, nella maggior parte dei casi, diffidiamo. Diffidiamo, forse anche a torto, della loro capacità di essere proattivi, intraprendenti, perseveranti e fiduciosi nelle proprie risorse e nella propria possibilità di cambiare le cose. Anche quando incontriamo persone che non hanno mai avuto nessun sostegno, che sono state sopraffatte loro malgrado da situazioni più grandi, che si sono arrese all’evidenza di non avere scampo pensiamo le stesse cose.
Quindi una riflessione: il contesto e le opportunità che questo offre modificano sia il nostro personale approccio alla vita e al “sentire” di potercela fare sia il nostro modo di interpretare e valutare gli atteggiamenti degli altri. Non so quanto “scientificamente” sia ben posta  questa riflessione ma nell’ambito del quanto possiamo “tenere botta” (altro concetto poco scientifico) andrebbero valutati anche questi aspetti. Così come andrebbero valutati quando si immaginano interventi formativi o consulenziali in azienda e fuori.
Il contesto lavorativo ma anche sociale in generale deve quindi essere giustamente sfidante. Noi tutti dobbiamo percepire che non è facile ma che è possibile.
Che le opportunità non ti saltano addosso come nell’era dell’oro ma che nemmeno sono talmente poche e nascoste da riservarsi solo a chi ha i giusti agganci per scovarle. Insomma, dopo 10 ore in un bosco senza vedere un fungo, chi non si arrenderebbe all’evidenza che non è aria?
Il benessere e con esso la cieca convinzione che la precarietà del sistema non può toccarci perché sta da un’altra parte del mondo, lontana dalle nostre superpotenze, ci ha spinto forse ad approcciarci all’impegno e alle sfide con più mediocrità di quello che le nostre potenzialità e risorse ci avrebbero consentito di fare. 
Ci ha convinti che ci fosse una linea tracciata, una via sicura e che bastasse seguirla, con poca fantasia. Ovviamente questo non vale per tutti e non vale sempre, ma spesso la tentazione di farci cullare da una situazione con poco fermento ci ha presi. In questi ultimi anni noi lavoratori, imprenditori o collaboratori, ci siamo dovuti per forza di cose mettere in discussione e ne abbiamo tratto in molto casi un bellissimo insegnamento: abbiamo margini di crescita e miglioramento e li avevamo messi in soffitta.
Adesso che finalmente abbiamo capito che il mondo è un’altra cosa da prima, adesso che ci stiamo abituando all’idea di non dare nulla per scontato, adesso che faticosamente cerchiamo di trovare una via di uscita senza continuare a sbattere contro le pareti del flipper, adesso possiamo decidere se cercare di mostrare le nostre individualità attenti al sistema comune in cui viviamo, oppure pensare che tanto non serve. Tutti apprezziamo chi ha saputo affrontare le difficoltà senza pensare che la sua posizione fosse più difficile di quella di altri, chi ha creduto nelle proprie idee e le ha portate avanti. Ciascuno di noi conosce persone di questo tipo che sono arrivate, che stanno arrivando o che continuano con dignità ogni giorno a sfidare il contesto.
Da qui si può partire, da un approccio partecipativo e dalla consapevolezza di avere un ruolo attivo.
Diventa così possibile partecipare alla creazione di una catena positiva che ci dia elementi per pensare che non è facile ma che è possibile.
Ogni attività qualitativa, proattiva e energica che realizziamo è l’origine di una nuova opportunità che qualcuno potrà cogliere e qualcun altro, pur non cogliendola, potrà vedere. Per continuare a pensare che da qualche altra parte un altro fungo c’è e proseguire fiduciosi la nostra personale ricerca.

Siamo nella Fase 3 meno qualcosa

Che ora è?
Ebbene eccoci qui, dove siamo? Ho provato a rispondermi di getto: “siamo nella Fase 2 e qualcosa/nella Fase 3 meno qualcosa”, come se stessi guardando l’ora da in un orologio a muro tanto distante da non vedere bene le tacche dei minuti. Stando alle notizie dei media dovremmo essere nella Fase 2, ultimo periodo, che dovrebbe preparare alla Fase tre, in cui cadranno le restrizioni e si potrà ritornare “alla vita di prima”. Non ci sono andato tanto lontano; quindi ci sono ancora le limitazioni (vedi mascherine e distanziamento sociale) imposte dal lockdown, ma ci si comporta così? Per strada ed in alcuni negozi mi sembra che ci si dimentica di vestire le mascherine, non si usano più i guanti come un tempo, il distanziamento sociale è applicato in maniera arbitrale e sembra essere diminuita la necessità di avere sempre appresso la propria scorta personale di disinfettante.
Ma se volessimo leggere ciò che stato fino a ieri con gli occhi della psicologia sociale, cosa vedremmo? Proviamoci.
Il Covid-19 è passato dall’essere qualcosa di ignoto ad una presenza costante nelle nostre vite.
In prima battuta, con la diffusione delle prime notizie con tanto di immagine, il virus fa la sua comparsa in un ambito prettamente scientifico ancorandosi all’idea di una banale influenza. Ci ricordiamo episodi, rilanciati da servizi sensazionalistici, di aperitivi social da parte di esponenti politici; giovani ragazzi che si definivano immuni per via della loro età e pronti a continuare ad uscire e riunirsi con gli amici. A questo primo momento, con l’aumento dei focolai ed i primi bollettini della protezione civile, si è iniziato a separare l’ambito scientifico da quello sociale, che ha iniziato a diventare più preminente. Il Covid ha iniziato a diventare un oggetto più maneggiabile da tutti passando ad una verbalizzazione che l’ha reso un “nemico invisibile” da cui nessuno è al sicuro; da qui il concetto ha perso i suoi contorni definiti diventando sempre meno incasellabile e aumentando il senso di paura delle persone: di questa fase la reazione di assalto dei supermercati che cercava di lenire i sentimenti primitivi di paura e impotenza: per cui uscire di casa solo per necessità si è trasformato in corsa ai beni di prima necessità (o meno) per avere maggiori chance di sopravvivenza nel caso in cui non saremmo potuti mai più uscire di casa.
Il nemico invisibile, con il passare dei giorni, ha portato le persone a trovarsi e a vivere situazioni simili; molti, attraverso i media ed i social, hanno iniziato a comprendere che i propri sentimenti e le sfide che affrontavano erano condivisi anche da altri; da qui si è generato una certa sensazione di condividere un destino comune e la volontà di combattere insieme uniti, di sentirsi parte del gioco e di voler dimostrare di non tirarsi indietro nel momento del bisogno…ma come fare? Nascono da questi sentimenti i flash mob sul balcone, gli applausi per i medici, gli inni e l’ “andrà tutto bene”.
Ciò conferma la sensazione di appartenere ad un unico gruppo sociale che condivide la stessa sorte comune.
Ci sentivamo come se la nostra nazionale stesse giocando i Mondiali, c’era un sentimento patriottico dilagante. Tuttavia sarebbe bastato girare l’angolo per incontrare la nostra nemesi: l’inerzia sociale. È bastato poco tempo perché le persone che sembravano appartenere ad un unico gruppo, al variare delle condizioni, hanno sentito di doversi impegnare di meno nel rispetto dei propri compiti in quanto il loro contributo è stato via via percepito sempre più inglobato in quello di una comunità/gruppo più o meno grande. Si è assistito così ad una diminuzione dell’aderenza ai comportamenti indicati dal governo, una diminuzione della responsabilità individuale nei confronti del proprio gruppo e collettività con i conseguenti scorciatoie di pensiero (euristiche) adottate: “Non uso mascherine se devo entrare un attimo nel bar per comprare le sigarette”, “Fuori non vale la distanza sociale o l’uso delle mascherine”, “Se esco da solo a fare una passeggiata sono totalmente al sicuro”, eccetera.
Non siamo creati per stare in attesa di una ricompensa/effetto a lungo termine.
Ma quindi cos’è è successo in noi?
Banalizzando si potrebbe dire che non è andato tutto bene, o per meglio specificare i primi risultati del Covid e successivi sono stati caratterizzati da una presa di coscienza di alcuni fatti: ci siamo trovati sempre più da soli in casa, con i nostri pensieri ed ansie per il futuro; il lavoro in smart working non era minimamente strutturato in tal senso, si può parlare di lavoro in quarantena (“quarantena working”) con tutte le difficoltà legate allo svolgimento delle attività, la scarsa organizzazione di strumenti e postazioni per effettuare in casa il proprio lavoro, le difficoltà di riorganizzare un buon bilanciamento tra vita privata e lavorativa; i pochi supporti statali alle famiglie per le attività di cura dei propri figli; la scarsa linearità delle attività per richiedere il sostegno economico per i lavoratori P.IVA; la sperimentazione di periodi di cassa integrazione o non conferma del proprio posto di lavoro al riprendere delle attività delle aziende e l’elenco potrebbe essere lungo.
Da molti osservatori questa esperienza ha accelerato l’insorgenza di disturbi asiosi-depressivi e sindromi post traumatiche, più o meno importanti, che sono stati tamponati dalle linee di supporto psicologico attivate da diverse Regioni e che ha visto concretizzarsi in azioni più durature come la definizione dello psicologo di base, in alcune Regioni italiane. Sembra che sia opinione diffusa, tra gli addetti ai lavori, che nei prossimi mesi si potrà assistere ad una maggiore richiesta di attività di supporto psicologico.

Approfondisci l’argomento leggendo “Ripresa e stress lavoro-correlato: l’importanza della prevenzione”
Cosa avverrà nei prossimi mesi è difficile definirlo; questo è stato un momento di trauma e shock collettivo da cui si ramificano diversi possibili futuri. Siamo stati italiani, panificatori, cross fitter, “quarantena worker”; abbiamo raccolto e compilato autorizzazioni per uscire di casa, abbiamo cantato sul balcone e siamo infine usciti di casa a ballare per strada insieme. Aspetti di quello che siamo come società sono stati visibili in questi mesi, nel bene e nel male. Quanto saremo in grado di gestire/resistere al cambiamento e alle difficoltà si vedrà domani.

La fiducia e l’imperfezione

Siamo tutti clienti e siamo anche tutti fornitori. È importante per ciascuno di noi riflettere sul rapporto con i propri clienti.
Proprio qualche giorno fa in un’aula di formazione ci si confrontava su cosa i clienti si aspettano da noi. Mi ha fatto riflettere la parte del ragionamento che vedeva noi come protagonisti: come vorremmo che i nostri clienti ci percepissero? Cosa ci aspettiamo di provare e vivere ogni volta che ci troviamo di fronte ad un cliente? Ritengo che, al di là delle sfumature, ciò che ci si aspetta sia la costruzione di un rapporto fiduciario col cliente che man a mano diventa più solido. Vorremmo essere percepiti come degni di fiducia perché leali e competenti.
Nell’immaginario però spesso la fiducia nei confronti del cliente si conquista con la perfezione: non è concesso sbagliare perché un errore potrebbe invalidare tutto quanto costruito fino a quel momento. “La perfezione non è di questo mondo”… “solo chi non fa non sbaglia” e via di seguito, sono modi di dire che ben spiegano quanto irrealistica sia questa aspettativa.
Questo modo di intendere la relazione fiduciaria, se da una parte ci spinge a dare sempre il massimo, dall’altra non ci permette di farci conoscere veramente e quindi di farci scegliere per quelli che siamo.
Vorrei provare a individuare alcune distorsioni del nostro comportamento che derivano da questo tentativo di raggiungere una perfezione che non esiste e che possono portarci ancor più lontano proprio da questo irrealistico desiderio.
Per alcuni di noi perfezione nei confronti del cliente significa soddisfacimento di ogni sua necessità. Avere questo punto di riferimento fermo e inamovibile ci mette nelle condizioni di non indagare né quali sono le reali priorità della persona di fronte a noi tra quanto verbalmente ha espresso, né cercare di comprendere tra il non-detto cosa realmente è di interesse per lui. Il nostro essere concentrati sul “fare bella figura” e rispondere di tutte le aspettative non ci permette di ascoltare e comprendere. Una volta detto “sì” a tutto, la frittata è fatta perché molte volte non potremo soddisfare questa aspettativa e, anche quando ci riusciamo, l’ansia di una prestazione al limite dell’impossibile si ripercuote su tutta l’organizzazione non permettendoci di mantenere alte performance nel tempo con lui e con altri clienti.
Per altri di noi, perfezione significa non avere difetti. Ogni cosa che dovremmo essere, siamo. Nessuna organizzazione è esente da difetti o per lo meno da caratterizzazioni che la portano ad essere più forte per certi aspetti e più debole per altri. Quale relazione fiduciaria e sincera si può instaurare quando ci siamo dipinti senza difetti e invece ne abbiamo? E come sarebbe più sincera e vera la relazione se il cliente ci scegliesse anche per i nostri difetti che sono poi le nostre caratteristiche?
Sembra impossibile? Vi faccio un esempio relativo a SCR, così non parlo dei difetti di altri. SCR ha fatto dell’intervento personalizzato, della vicinanza al cliente e della “sartorialità” un punto di forza sia in relazione alla selezione, sia in relazione alla consulenza. Questo la porta ad essere a fianco dell’imprenditore o dei manager ogni volta in modo differente. Questo approccio non è scevro da difetti. Siamo forse più lenti e più difficili da comprendere perché spiegare ciò che facciamo è complicato, dato che non abbiamo un pacchetto di soluzioni ma ragioniamo su una serie di necessità.
Ancora, essere perfetti nei confronti del cliente significa per qualcuno non commettere errori.
In realtà gli errori sono parte del percorso, lo sappiamo.
Ammetterli, assumersi la responsabilità e gestirli è l’unico modo per mantenere la fiducia. Se ci pensiamo clienti, ammettiamolo, notiamo e apprezziamo forse ancor di più quel fornitore che si è prodigato con passione per rimediare ad un errore commesso piuttosto che il fornitore con il quale è andato tutto liscio; certo dipende dall’errore e certo dipende dal fornitore e dalla sua storia di performance e di rapporto con noi.
Insomma, rilassiamoci, manteniamo viva e valorizziamo la nostra umanità, conserviamo un sincero coinvolgimento verso le necessità del cliente e infine godiamoci questa splendida occasione di conoscere persone interessanti che il lavoro tutti i giorni ci regala.

L’imprenditore ai tempi del coronavirus

Mi chiamo Stefania, ho 47 anni sono laureata in Psicologia e sono socia fondatrice di una società che vive di consulenza alle imprese e di selezione del personale e che è composta da 15 persone tra dipendenti e collaboratori.
Non vengo da una famiglia di imprenditori, ho deciso di aprire la mia attività spinta dal mio compagno di allora, attuale padre di mia figlia e amministratore a sua volta di questa società. “Puoi fare di più, puoi creare qualcosa di tuo, puoi esprimerti e misurarti col mercato, puoi dare sfogo alla tua voglia di meritocrazia, a quello che lo sport ti ha insegnato” mi diceva. Ho messo tutta me stessa in questa impresa. Ho anche raggiunto i miei limiti, li ho guardati in faccia e ho cercato collaboratori e soci che potessero portare in azienda ciò che io non potevo portare.
In questo momento straordinario mi confronto come tutti con una profonda sensazione di incertezza, condizione che però conosco bene perché da sempre ha accompagnato le mie scelte. Chi sceglie di essere (non di fare, ma di essere imprenditore) sa che l’incertezza è sempre presente e decide di fare impresa perché vede nell’incertezza la fonte delle possibilità che va cercando.
Si fa impresa per essere domani diversi da ciò che si è oggi.
E quindi, quale migliore momento di questo per un imprenditore? Sicuramente oggi siamo già diversi da ieri e quindi noi imprenditori, estremizzando, siamo, più di altri, vicini alla nostra comfort-zone e dobbiamo quindi dare il nostro contributo. È importante, in questo momento più che in altri, mettere a disposizione della comunità questo modo di essere e di pensare che si traduce nella capacità di incuriosirsi dell’ignoto, di essere stimolati alla creatività ed energici di fronte all’imprevisto.
Sono però obiettiva: dobbiamo distinguere prima di tutto chi è imprenditore da chi semplicemente sceglie di fare impresa. Questi ultimi si riconoscono perché cercano attraverso l’impresa una realizzazione di sé anziché cercare, attraverso di sé, la realizzazione dell’impresa. Per questo, non sanno ridisegnarsi quando il cambiamento in arrivo non pare positivo, favorevole, redditizio e luminoso come si aspettavano: al vacillare quindi dell’intrinseca motivazione, iniziano ad utilizzare la bilancia per capire se conviene o meno resistere. E, sempre per questo, non sono ciò che serve in questo momento.
Una volta individuati gli imprenditori che servono, quelli utili, questi dovrebbero essere chiamati a far parte dei tavoli dove si decidono le strategie per gestire questa situazione, non in quanto portatori di interessi di parte ma in quanto esseri umani con un preciso profilo attitudinale. Allora forse qualcuno chiederebbe a questa categoria di lavoratori: “Secondo voi cosa è possibile fare?”: io immagino che la risposta sarebbe che noi imprenditori non sappiamo come si può fare ad uscire da questa situazione, come tutti, non lo sappiamo proprio. Quello sul quale gli imprenditori possono dare una mano non è “sapere cosa fare” ma immaginare “cosa essere”. L’attitudine all’incerto di questa categoria di lavoratori è utile ad immaginare in maniera creativa come vivere ora questa situazione, come ridisegnare adesso un nuovo modo di lavorare.
Non ci sono molte alternative: le cose sono già diverse ora, la vita è quella che stiamo vivendo, non ci si può mettere in stand by perché sarebbe come frenare con i piedi un treno in corsa.
Inoltre, la testimonianza di chi sceglie l’incerto per mestiere, potrebbe parlare e toccare nel profondo tutti coloro che stanno ad aspettare che qualcuno risolva le cose per loro, per abitudine, per comodità oppure perché non credono nelle loro possibilità di aiutarsi da soli. Perché c’è un immenso bisogno che siano sempre di più le persone con questa nuova sensibilità, con questo profilo, per trovare soluzioni e immaginare di poter essere sereni e se possibile felici e attivi anche ora, nel momento del massimo cambiamento che abbiamo mai sperimentato.

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